Ode a Fleury, il leader silenzioso saluta i Penguins

Lo sai cos’è il Coraggio, uomo? Il Coraggio è la Paura che ha cominciato a credere in se stessa.

Non sarà mai uomo copertina, non verrà ricordato per premi individuali che non ha vinto, non sarà colui che solleva Stanley Cup ma lui è ciò che tutti vorrebbero in squadra, un leader silenzioso, un mentore, uno capace di tutto, nel bene o nel male, lui è semplicemente Marc Andre Fleury.

La vita non premia il più forte, ma il più tenace.

E’ difficile trovare le parole esatte per definire Marc-Andre Fleury. Non le troviamo, ma cerchiamo di capire chi è Flower e perché il suo addio a Pittsburgh, lascia un enorme velo di tristezza.

“Con quella faccia un po’così Quell’espressione un po’così” cantava Paolo Conte…

I più romantici l’hanno sognato sul ghiaccio, un’ultima volta con quella maglia, la stessa che ha difeso per 691 volte e che come ultimo saluto ha la data del 17 maggio 2017.

Quel giorno Fleury versione “disastro” prende 4 gol in 9 tiri dagli Ottawa Senators con Mike Sullivan che rispolvera dalla panchina Matt Murray, stessa storia della gloriosa cavalcata 2015/16, a causa di una commozione cerebrale che si presenta al portiere e lo ferma dopo un’ottima regular season.

E’ sempre la stessa storia ingrata per un portiere Nhl, un ruolo dove se sbagli approccio e prendi gol vieni spedito in panchina, come la peggiore delle umiliazioni.

Eppure Fleury è differente dagli altri.

Non è Lundqvist, non è Price, né Hasek o Brodeur, ma ha qualcosa che lo rende unico e speciale.

Faccia da pinguino

Marc-Andre nasce il 28 novembre 1984 in Quebec, come un certo Mario Lemieux che di Pittsburgh è il Dio. Gioca nelle leghe minori canadesi alternando buone stagioni ad annate in cui non ne azzecca una, ma nel 2002/03 fa anche parte del Team Canada che arriva all’argento ai campionati juniores.

Il suo è uno stile molto atletico, quasi da cavallino imbizzarrito che non riesce a star fermo nella sua gabbia.

Gli Dei dell’hockey lo lanciano nel draft 2003, quando è la prima scelta assoluta (PRIMA ASSOLUTA, DA SOTTOLINEARE) in un sorteggio dove Flower anticipa Eric Staal, Nathan Horton ma anche Vanek, Michalek, Suter, Phaneuf, Brown, Seabrook, Parise, Getzlaf, Burns (fresco del trofeo come miglior difensore), Kesler, Weber, Crawford fino ad arrivare al settimo giro con Pavelski e successivamente due turni dopo Byfuglien e Halak, insomma tantissimi ottimi prospetti cui il numero 29 guardava dall’alto in basso della classifica.

Pittsburgh che trova Fleury è un’accozzaglia di squadra, un mappazzone direbbe Bruno Barbieri di Masterchef che concede una media di 30 tiri in porta e vede le ultime annate del numero 66.

L’impatto di Fleury con la Nhl è “discreto”, debutta a 18 anni e ferma ben 46 tiri in porta contro i Kings, in una sconfitta per 3-0 con tanto di rigore neutralizzato.

Nessun sogno playoff, ma primo shutout contro Chicago e concorrenza poverissima di Aubin e Caron, che fa calare l’intensità e la media di Fleury che chiude l’anno nelle minor.

La stagione successiva non si gioca a causa del lockout, si riprende nel 2005/06 e Fleury dà il benvenuto nella città dell’acciaio a due ragazzini, Sidney Crosby ed Evgeni Malkin, con il portiere che sostituisce Thibault per infortunio senza però giocar troppe volte.

La prima da titolare inamovibile è la stagione 2006/2007, nonostante una difesa “allegra” Fleury si esibisce in parate da indemoniato, un’anguilla che non riesce a tenere a bada il corpo. Vince 40 partite eguagliando Tom Barrasso e finalmente assapora i playoff, finiti dopo 5 gare contro i Senators, squadra che sarà anche l’ultima a vederlo sul ghiaccio con la casacca dei pinguini.

Stanley Cup, prima o poi sei mia

I giovani Penguins sono pronti all’esaltazione, la stagione 2007/08 parte per Fleury con un infortunio alla caviglia e la concorrenza di Ty Conklin. Cambia anche livrea alla sua attrezzatura e diventa più colorato, con Pittsburgh che vince l’Atlantic division grazie alle prodezze di Crosby e Marian Hossa, oltre alla classe di Malkin.

La finale con i Red Wings riassume quello che è Fleury, strepitoso nel parare 55 tiri su 58 in una gara 5 chiusa al supplementare grazie al gol di Sykora e poi sconfitto nella decisiva sesta gara quando Zetterberg tira, il disco gli passa sotto le gambe, con Fleury che lo rallenta ma che poi ci si siede sopra per una clamorosa autogol.

Aver sfiorato la Stanley è uno smacco troppo grande, Pittsburgh ci riprova l’anno successivo, perde Hossa che si accasa proprio a Detroit, trova Bill Guerin e un giovanotto di nome Chris Kunitz, sfida Philadelphia nei playoff e Fleury ne diventa un incubo, con parate su Jeff Carter, 43 salvataggi in gara 4 e rimontando poi in gara 6 un deficit di 3-0 diventato 5-3 con dito indice di Talbot a zittire i tifosi in una partita memorabile.

Lo scoglio successivo, indovinate un pochino, si chiama Alexander Ovechkin.

Servono 7 gare ma soprattutto i miracoli del giovane fiorellino contro il russo, una cosa che si vedrà anche anni dopo, prima di spazzar via gli Hurricanes in quattro gare.

Manca la ciliegina, la rivincita con i Red Wings, con altre sette gare dove c’è il dominio di chi gioca in casa, con tanto di 5-0 rifilato dalle Ali Rosse in gara 5.

Manca 1.5 secondi alla fine di una gara 7 che Pittsburgh conduce 2-1 grazie alla doppietta di Talbot, anzi, riavvolgiamo il nastro ai 6 secondi finali, faceoff di Zetterberg, tiro, parata, rimbalzo su Lidstrom che è una sentenza al 99,9%, tutti chiudono gli occhi, il disco s’infrange su Fleury, poi si allontana, arriva la sirena finale, il numero 29 salta, i Penguins hanno vinto la Stanley Cup.

Paperino

Nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci,
l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei
un vincente!

Quando i Penguins sembrano pronti all’egemonia qualcosa si rompe nell’incantesimo vincente. Bylsma, coach che prende il posto di Therrien a metà stagione che culmina nella coppa, lancia i suoi a ottime regular season e postseason disastrose.

Fleury non ripete più i grandi numeri dei playoff 2009 andando sempre sotto lo 0.900, venendo eliminato dai Canadiens in sette gare nelle semifinali di conference con 4 gol presi in 13 tiri nella stagione successiva.

Dodici mesi più tardi è Tampa a far festa quando sotto 3-1 nella serie reagisce e vince 1-0 gara sette nella nuova arena dei Pinguini.

Peggio ancora accade nel 2012 quando i Penguins vengono eliminati dai Flyers e Fleury subisce 26 gol in 6 partite, in appena 157 tiri, preludio al disastro del 2014 quando gli Islanders lo umiliano facendogli perdere il posto da titolare a favore di Vokoun.

Cose a metà

Ci vuole un cuore enorme per rialzarsi ogni volta. Eppure, chi lo ha vicino, assicura che Fleury sia sempre sorridente e abbia una buona parola per tutti. Le critiche per chi gli preferisce Thomas, Lundqvist, Quick, Halak o Rinne non lo stravolgono più di tanto, lui che ha un labbro che lo fa somigliare ad un pinguino e una faccia non proprio cattiva.

Le cose a metà arrivano nella stagione 2015/16 quando finalmente è un Fleury concentrato, sicuro e vincente. Troppo bello per essere vero infatti sul più bello una commozione cerebrale lo manda ko, con Mike Sullivan, appena diventato coach dai Wilkes Barre che si ricorda di avere tra le fila giovanili un ragazzino di nome Matt Murray.

Fleury ha sì vinto 35 partite su 58 ma sul più bello manca di sicurezza, gioca solo due partite con Tampa Bay che vince 4-3 ai supplementari di gara 5 e i media che iniziano un tam tam sulla sostituzione.

“Fai tu, pensaci tu, ti ho insegnato tutto, vai e vinci”

Da gara 6 gioca Matt Murray, una sorta di cugino Gastone per Paperino, poiché il giovane portiere conduce Pittsburgh alla Stanley Cup numero 4 contro San Jose.

Per Paperin Fleury si apre la stagione 2016/17 col dubbio che la nuova squadra Nhl, i Las Vegas Golden Knights possano accaparrarselo nel roster a seguito delle scelte obbligatorie per gli ultimi arrivati.

Inizia subito il ballottaggio per chi dovrà essere il portiere da non proteggere sul contratto, con l’età che parla chiaro, 33 anni Fleury, 22 Matt “Gastone” Murray.

Fleury potrebbe già andar via a febbraio ma decide di restare con i Penguins, ci son cose da finire, o meglio, altri ricordi da lasciare.

Sembra una favola quando Murray si fa male nella gara 1 di playoff contro i temibili Blue Jackets.

Dalla panca si alza lui, viso di uno che si è appena svegliato, maschera indossata e gabbia chiusa. “La rinascita del Fiore” avviene in quel preciso istante, Fleury si prende gli applausi delle prime due gare interne, con 39 parate su 40 tiri in gara 2 e un biglietto da visita che recita così: “Sono Fleury e oggi non si passa”.

A Columbus altra gara storica, è 4-4 quando Dubinsky ha la possibilità del gol d’oro, il disco però viene parato da Fleury di testa, preludio al gol di Guentzel che chiude la terza disputa.

I Blue Jackets sono eliminati in cinque gare, con 49 parate di Fleury nella decisiva disputa, col nuovo scoglio, ancora Alexander Ovechkin e i super Capitals.

Tra gli incubi dello Zar russo esistono due persone, una è Crosby che solleva le Stanley Cup, l’altra è Fleury che con lo sguardo che si ritrova non incute timore ma alla fine vince.

Quello che il portiere compie contro Washington è il regalo più bello per un giocatore alla marcia d’addio, blocca tutti gli attacchi, fa parate incredibili (una col bastone su Ovie è da Oscar), mantiene le sue cinque o sei cavolate a serie ma alla fine ne esce sorridente, una sorta di reincarnazione di Dominik Hasek.

29 parate nel 2-0 decisivo, lo shutout contro Ovechkin che sa di leggenda, il prossimo passo è contro i Senators, con Murray che osserva dalla panchina.

Standing Flo-Ovation

Sapete perché Paperino è tanto amato? Perché quando sembra arrivare al successo qualcosa gli fa perdere tutto, è sfortuna o solo un destino che lo rende speciale.

Con i Senators per i Penguins non dovrebbero avere problemi, invece le scorie della battaglia con Washington si fanno quasi insostenibili in una squadra che fa i conti con cerotti e infermieria.

Bobby Ryan colpisce Pittsburgh nell’overtime di gara 1, ma Fleury non demorde, chiude la porta in gara 2 e si prende l’ennesimo shutout della carriera.

Sembra una favola.

Non lo è.

Gara 3 è in Canada, passano appena 48 secondi che Hoffman tira, puck che sbatte su Fleury e s’insacca, Paperino is back.

Passano solo 13 minuti di gioco e Ottawa tira nove volte in tutto, con ben 4 gol rifilati a Marc-Andre Fleury, così dalla panchina, irreparabilmente, si alza Matt Murray che s’infila la maschera e non la lascerà mai più, anzi, la solleverà solo dopo gara 6 e la quinta Stanley Cup vinta da Pittsburgh, alla fine è così, ha vinto Gastone.

Solo la luce che uno accende a se stesso, risplende in seguito anche per gli altri

Quando arriva la sirena finale c’è festa, tripudio, ma di botto anche un leggero velo di tristezza. Le grandi prestazioni di Murray sanciscono la fine dell’avventura che per 14 anni ha legato Fleury ai Penguins.

Ma Fleury è un’immensa persona e i tanti detrattori se ne accorgono al momento dei saluti, quando la coppa passa per le sue mani finisce poi, per volontà del goalie, su quelle di Matt Murray, perché alla fine, i baci e le carezze se le prende Paperino, anche alla faccia del fortunato (ma anche bravissimo) giovane portiere.

Murray arriva alle lacrime per il gesto di Fleury e questo ne sancisce la leggenda del 29. In un film di football, il quarterback per incitare i compagni dice: “Le ferite guariscono, le donne amano le cicatrici, la gloria dura per sempre”.

Pochi giorni più tardi, dopo che Fleury insieme alla moglie regala un parco giochi ai bimbi di Pittsburgh come ringraziamento per il trattamento ricevuto in tanti anni, riceve l’annuncio dei Golden Knights, la sua nuova maglia ha un colore diverso, l’avventura sarà tutta diversa, lo sguardo e gli applausi che arriveranno alla prima contro i Penguins saranno invece gli stessi di gara 6 con i Predators, una standing ovation con scintille, anzi, trattandosi del buon Marc Andre, una standing ovation con fiori.

Grazie mille per i ricordi portiere tanto odiato, poi amato e ora visto con nostalgia, Fleury, sei stato il miglior goalie della storia dei Penguins.

Da chi te ne ha dette tante.

#mercìFleury

“Un giorno racconterò di Marc-Andre Fleury, arrivato a Pittsburgh come una persona qualsiasi, andato via come leggenda” Grazie Flower

 

 

Un sogno chiamato Stanley Cup, versione 2016

E’ difficile spiegare perché una franchigia di Nhl sia diversa dalle altre, i Pittsburgh Penguins per storia e tradizione hanno un qualcosa di diverso, un qualcosa che oggi si ripropone a 7 anni di distanza, un titolo che magari i più affezionati a Playitusa hanno già letto, una dinastia mancata ma segnata spesso dalla sfortuna, ora però che i Penguins sono campioni del mondo per la quarta volta tutto si può dimenticare, ma vale la pena raccontare.

Detroit, Hossa e una coppa che mancava da troppo tempo

I Penguins rappresentano l’aver pazienza in Nhl, ricostruire dalla macerie, da un quasi fallimento ad una nuova era, tra il 99 e il 2005 alla Mellon Arena si assiste a qualcosa vicino allo sfascio, la poca liquidità fa scappare i campioni, vedi Jagr e Kovalev su tutti.

Si assiste al grande ritorno di Mario Lemieux, che da leggenda diventa proprietario e il 27 dicembre rientra sul ghiaccio per dare uno scossone ai pinguini e ad un ambiente con poche gioie. La sua mano arriva in tutte e quattro le Stanley Cup, ma tra le due da giocatore e quelle da presidente non si riesce mai ad avere una dinastia, nonostante con Jagr formi un tandem devastante ma anche il preferito dalla sfortuna, con un morbo di hodgking a limitarne le statistiche personali, i successi e lo spettacolo da offrire alla Nhl.

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L’anno zero è quello post lock out 2004/05, i draft sono benevoli con i Pens, nel 2003 arriva Fleury, nel 2004 ecco Evgeni Malkin che non senza polemiche lascia il Magnitogorsk e arriva con la seconda scelta (la prima fu Ovechkin) e nel 2005 a Pittsburgh volano con il numero 62 Kris Letang e con l’1 un tale di nome Sidney Patrick Crosby.

La Stanley Cup viene sfiorata nel 2008 quando quel genio di Ray Shero preleva Marian Hossa da Atlanta insieme a Pascal Dupuis e i due fanno sognare la squadra allenata da Therrien che sfiora la coppa più bella del mondo ma si arrende alla forza e all’esperienza dei Detroit Red Wings.

L’estate successiva anziché far sognare si apre col botto, Hossa firma proprio con i Red Wings e i Penguins si ritrovano a ricominciare tutto da zero, prendendo Satan e Fedotenko e avendo una regular season altalenante.

Non è una franchigia come le altre, l’abbiamo già detto, le cose non funzionano e Therrien salta, al suo posto arriva una sorta di professorino, Dan Bylsma, promosso dalla squadra “Primavera”, i Wilkes Barry che oggi esultano come mai in passato ma vedremo in seguito il motivo.

Con Bylsma arrivano anche Bill Guerin e Chris Kunitz, il primo è un giocatore d’esperienza, il secondo è l’ideale per la prima linea che si completa con Crosby, i Penguins si riprendono e chiudono l’Atlantic Division al secondo posto dietro i Devils, con Malkin che sigla 113 punti, il migliore della lega e Crosby che ne mette a referto 103.

I playoff sono una favola, fuori i Flyers al primo turno i sei gare, con Max Talbot protagonista di un gesto che farà storia, il dito indice sulla bocca chiedendo silenzio ai tifosi di Philadelphia, un 5-3 in gara 6 dopo esser sotto 0-3, con il successivo ostacolo stellare, Alex Ovechkin e i Caps.

Battaglie epiche, tre supplementari su sette gare, con la decisiva partita che si gioca a Washington e che vede i Penguins prevalere 6-2, da quel momento tutti hanno la convinzione che non si ripeterà il secondo posto ma arriverà il botto finale.

Finale di conference contro Carolina, sweep 4-0 e occhi puntati su Hossa e i suoi Red Wings, la vendetta è pronta per essere servita.Evgeni+Malkin+Marian+Hossa+Stanley+Cup+Finals+VFZoUOdjD7Il

La finalissima è all’insegna del fattore campo, Detroit vince le prime 2 gare alla Joe Louis Arena, Pittsburgh risponde due volte con un 4-2 in una Mellon Arena infuocata, gara 5 invece è un calvario con i Red Wings che dominano e schiantano i Penguins per 5-0, quando tutto è apparecchiato per la festa di gara 6 arriva un 2-1 che manda le due franchigie a gara 7.

Le statistiche, come quest’anno, danno spacciata la squadra di Bylsma, i Red Wings avrebbero vinto 99 volte su 100 quella gara per classe e esperienza maggiore, ma non quel giorno, non quel 12 giugno 2009 quandoMaxime Talbot segna una doppietta e Lidstrom sbatte su Fleury a pochi decimi dalla fine.

Dinastia? No, Fleuryte, commozioni cerebrali e sfortune varie

La stagione successiva alla terza Stanley Cup parte benissimo, i Penguins si sentono forti  e giocano l’ultima annata alla Mellon Arena, Crosby è eccezionale, chiude con 109 punti e ben 51 gol, il miglior goleador della Nhl.

Nei playoff primo scoglio Senators superato in 6 gare, con la decisiva partita finita 4-3 ai supplementari dopo esser stati sotto per 3-1, con gol tra gli altri per i Senators di un Matt Cullen che verrà utile più avanti alla causa Pens. Il decisivo gol è di Dupuis e si va avanti contro i Montreal Canadiens.

I Canadiens sono testa di serie numero 8 e non sembrano insuperabili, cosa che fa abbassare a Pittsburgh il tasso della determinazione. In realtà la squadra canadese dimostra di avere voglia di sognare in grande, porta la serie a gara 7 dove ad ogni tiro buca Fleury. Per Marc Andre inizia da quel momento una maledizione con la postseason, va in panchina dopo aver preso 4 gol in 13 tiri e i Penguins chiudono in maniera ingloriosa l’era della Mellon Arena, un 5-2 che fa degli Habs la prima e ultima franchigia ad aver vinto nel vecchio Igloo.

Nuova arena, nuove sfortune, la Consol Energy Center apre con una sconfitta contro gli acerrimi nemici dei Philadelphia Flyers, una gara persa preludio di una stagione sfortunatissima, con la commozione cerebrale di Sidney Crosby e i guai al ginocchio per Evgeni Malkin sembra di rivivere l’epoca di Lemieux e Jagr, forti ma fermati dagli infortuni, specie Super Mario.

Bylsma compie un miracolo chiudendo al secondo posto nell’Atlantic Division grazie sopratutto al sacrificio di Jordan Staal ma una volta ai playoff ancora Marc Andre Fleury compie dei pasticci mondiali, pur essendo sopra 3-1 nella serie contro Tampa Bay e con la prima linea formata da Letestu-Kovalev e Neal i Penguins perdono 8-2 gara 5, 4-2 la sesta partita e subiscono un 1-0 con gol di Bergenheim in gara 7, distrutti, umiliati e demoralizzati nell’arena di casa.113081683_slide

Archiviati i playoff 2011 si punta a rivedere Crosby sul ghiaccio ma i sintomi post commozione cerebrale bloccano il capitano che subisce un linciaggio mediatico per un’assenza che i maligni attribuiscono ad una mancanza di coraggio.

Ritorna invece Malkin e lo fa in grande stile, 109 punti e titolo di miglior giocatore della regular season ma nei playoff l’avventura si chiude al primo turno in una battaglia contro i Flyers e una serie che in 6 partite regala 56 reti (compreso un 10-3 dei Pens in gara 4 dopo 3 sconfitte di fila) e il 5-1 finale al Wells Fargo Center in una disputa che conta innumerevoli risse e penalità.

A Pittsburgh iniziano a saltare i nervi, il primo ad essere ceduto è Jordan Staal che preferisce Carolina ad un prolungamento di contratto con i Penguins, il genio di Ray Shero distrugge e ricostruisce una squadra che perde Malkin per una lieve commozione cerebrale e poi Crosby per la frattura della mascella conseguente ad un disco scagliato da un suo compagno. Si fa per vincere subito, arrivano Iginla, Morrow, Jokinen e Doug Murray, si battono gli Islanders, i Senators ma incredibilmente i Penguins spariscono contro i Bruins perdendo la serie 4-0 e col titolare Fleury che ritorna PaperinFleury giocando solo una delle quattro partite dopo gli ennesimi pasticci.

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Continua l’impazienza a Pittsburgh, avere Malkin e Crosby e vincere una sola Stanley non è compatibile con la storia, ma invece è la malasorte ad essere compatibilissima con i Penguins, strappo ai legamenti per Dupuis e ictus per Kris Letang, eliminazione al secondo turno playoff contro i Rangers e teste che saltano in aria, Bylsma, Shero e un’estate caldissima come raccontato su Playitusa all’epoca.

Si apre l’era Rutherford e Johnston e la sfortuna colpisce ancora Dupuis tra coaguli di sangue nei polmoni, parotite e sfortune mondiali che poi colpiscono anche Olli Maatta preso di mira da un tumore poi sconfitto.

E’ una stagione travagliata, i playoff arrivano solo con l’ottavo posto e la seconda wild card, di conseguenza sfida con la numero 1 della Eastern Conference, i NY Rangers che in 5 partite si sbarazzano dei Penguins, battuti all’overtime della quinta gara da un gol di un ragazzo di nome Carl Hagelin, uno destinato a scrivere la storia, ma non con i Blueshirts.

Arriva Ciccio, fine del digiuno

Il 1 luglio 2015 si apre subito col botto il mercato Nhl, i Pittsburgh Penguins, stanchi della loro inefficenza sotto rete in post season, prendono Phil Kessel, ala dalla classe e dalla mole devastante, per molti il problema numero uno a Toronto che con la nuova maglia si toglierà qualche soddisfazione.

E’ in pratica l’anno zero della gestione Rutherford, oltre a Kessel arriva anche un certo Nicholas Lawrence Bonino, un passato nella serie A2 italiana con l’HC Egna e prelevato dai Canucks in cambio di Sutter.

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Anche Matt Cullen è dei Penguins, Rutherford lo conosce dai tempi degli Hurricanes e lo ingaggia a far da chioccia ai giovanotti di Pittsburgh, lui che a 39 anni e un comportamento da professionista esemplare.

Avere una Ferrari e guidarla come una 500“, questo disse Ibrahimovic a Guardiola al Barcellona, questo pensò Rutherford con Mike Johnston, i Penguins non solo non ingranano ma rischiano di deprimere Sidney Crosby, con media realizzativa spaventosamente bassa per il numero 87.

Natale in casa Penguins si festeggia il 12 dicembre, via Johnston con un record di 15-10-3 e dentro l’allenatore dei Wilkes Barre Scranton, Mike Sullivan, una mossa che in tanti si augurano sia come il cambio Therrien-Bylsma nel 2009, nessuno in quel momento lo sa, ma si sta scrivendo la storia di una leggenda, la leggenda della quarta Stanley Cup.

Dire ciao ad una vecchia amica, la Stanley Cup

Non solo Sullivan come mossa di Rutherford per dare una scossa all’ambiente, il 14 dicembre Scuderi va a Chicago in cambio di Trevor Daley, il 16 gennaio i Penguins decidono di cedere Perron, fin lì deludente e lo scambiano con un certo Carl Hagelin, quello della gara 7 contro i Rangers ma poi Sullivan ci mette del suo, la squadra “Primavera” dei Pens arruola in Nhl un paio di giovanotti, che forse solo il nuovo coach conosce e che rispondono al nome di Conor Sheary, Tom Kunhhackl, Bryan Rust e un baby portiere che dicono sia fenomenale, Matt Murray, nasce così la “Banda Sullivan“.

Ad un certo punto della stagione è come se ai Penguins fanno un disegno e spiegano come passare dal motore di una 500 a quello di una Ferrari, spiegano le marce e una cosa chiamata turbo, da marzo in poi Pittsburgh è una squadra arrabbiata, esagerata, devastante e che non guarda in faccia niente e nessuno, tanto che gli avversari fanno poi a gara per non trovarli nella post season.

Ah, piccolo appunto in nella marcia vincente, a dicembre l’effetto Sullivan pare cominciar male con una commozione cerebrale che colpisce Marc Andre Fleury, il portiere titolare, con Zatkoff e Murray pronti qualora ci fosse bisogno di sostituirlo, con il povero Flower che non riuscirà nel recupero e quando sarà pronto si troverà la strada sbarrata da un fenomeno di 21 anni.

I primi a capire che sarà un bel problema battere i Pens sono i NY Rangers di Henrik Lundqvist, i fasti delle passate battaglie nei playoff sono dimenticate e inizia un’avventura che avrà tantissimi protagonisti.

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Il primo è Patrick Hornqvist, a vederlo pare il gemello di Kessel, una tripletta gela i Rangers che perdono in gara 1 Lundqvist colpito al volto da un bastone di un compagno, in porta parte Zatkoff, chiude la gabbia per 35 volte e passa dalle lodi alla bocciatura in gara 2 quando i Penguins perdono 4-2 e i più nefasti iniziano a chiedere di Fleury.

Da gara 3 in gabbia si presenta Matthew Murray, faccia da bastonatore sovietico e curriculum che parla di trofei vinti quali Baz Bastien Memorial Award e Dudley Red Garrett Memorial Award, che giusto per tradurre sono miglior portiere e miglior rookie della AHL.

Pur sconfitti in gara 2 arrivano le prime due reti di Ciccio Kessel in una linea che comprende Hagelin e Bonino che diventa famosa col nickname HBK, come il famoso campione WWE Shawn Michaels, The Hearthbreak Kid, lo spezza cuori, che in Nhl si trasformano in “Spezza gabbie”.

Il Madison Square Garden è il primo battesimo di una favola, gara 3 e 4 sono altrettante vittorie dei Penguins, con un perentorio 5-0 nell’ultima gara sul ghiaccio newyorkese che è presagio della sconfitta per Lundqvist nella partita che chiude la serie per 4-1 grazie ad un 6-3 nello show di Sheary, Rust e Cullen, mica Crosby e Malkin.

Il secondo turno è eccitante già dall’anteprima, Crosby contro Ovechkin, il meglio del meglio, una battaglia che si sviluppa in sei partite e che nonostante fasti e proclami vede in ombra le due star. 5 gare su 6 si chiudono con un solo gol di scarto, gli HBK mettono a segno 4 gol nel  4-3 finale che fa diventare Nick Bonino l’eroe degli incubi di Ovechkin, con Kessel a segno due vole e Hagelin una.

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Neanche a dirlo, il gol di Bonino fa scatenare l’inno dei playoff 2016 tramite Hockey Night in Punjabi, un urlo che vale Fabio Caressa a Berlino o qualcosa di più emozionante e divertente.

Sarebbe un peccato se…“, il tifoso di Pittsburgh poi si blocca, scottato dalle delusioni del passato vede la sua squadra battere i favoritissimi della Nhl, quei Capitals mangia tutto in regular season ed eliminati con una prova di forza da parte di tutte le 4 linee, non Malkin & Crosby ma una corazzata che ogni partita va a designare un nuovo protagonista.

Non c’è tempo per pensare a cosa è stato di Ovechkin, ci sono i Lightning di Tampa Bay mai sconfitti in campionato nelle 3 partite disputate, che pur senza Stamkos sono devastanti e vicecampioni Nhl.

La prima gara è abbastanza strana, si infortuna in maniera grave Ben Bishop e quando la fortuna sembra dalla parte dei gialloneri è Vasilevskiy a sostituire Big Ben e consegnare gara 1 agli ospiti, con una Consol Energy Center gelata e ammutolita.

La reazione è immediata, gara 2 si apre con un 2-0 firmato Cullen e Kessel nei primi dieci minuti, poi si spegne ancora la luce e in 3 minuti Stralman e Drouin (indiavolato nella serie) pareggiano i conti e la paura si fa avanti in chi è sotto nella serie.

Serve così una prodezza nel supplementare e arriva il gol del prescelto, colui che magari non fa niente durante un evento ma poi ti piazza la zampata e si prende tutte le foto, Sidney Crosby segna il gol decisivo all’overtime, qualcosa che neanche Lemieux ha mai fatto e fa notare a tutti che lui c’è e non è alle Olimpiadi dove segna solo in finale, c’è e vuole fare il Capitano, con la C maiuscola.

Per dominare esiste gara 3, i Penguins sono indemoniati, indirizzano verso Vasilevskiy 48 tiri e segnano tre gol nel terzo periodo, chiudendo la partita sul 4-2 e portandosi in vantaggio nella serie.

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C’è bisogno di tutti in questa postseason, chi più e chi meno, Matt Murray attraversa una gara difficile nella quarta sfida, prende 2 gol in 28 tiri e non sembra al top della forma mentale così si rivede in gabbia Marc Andre Fleury che salva 7 conclusioni su 7 ma esce sconfitto 4-3 nonostante una prova di cuore immensa dei pinguini che sotto 4-0 si svegliano solo negli ultimi minuti e vanno a segno 3 volte con Kessel, Malkin e Kunitz rischiando di scrivere una rimonta epocale.

La vigilia di gara 5 vede l’eterno ballottaggio tra Murray e Fleury, uno ha portato la squadra in finale di conference ma è giovane e può sciogliersi, l’altro è il portiere più esperto della franchigia ma anche un pasticcione in postseason.

Gioca Fleury e sotto gli occhi di Shawn Michael, invitato dai Penguins a vedere la linea HBK, Pittsburgh perde in casa con gol all’overtime di Johnson e neanche a dirlo nessuno rivedrà più nè Michaels nè Fleury sul ghiaccio.

Spalle al muro i Penguins volano all’Amalie Arena sotto 3-2, è la prima volta che l’orlo del baratro è ad un passo e forse questa è la forza della squadra 2016, devi schiaffeggiarla per farle girare gli occhi e farla arrabbiare, un po’ come gli amanti del wrestling vedono in The Undertaker.

In Florida non ci sarà festa locale, gioca Murray e Pittsburgh vince 5-2 dominando e rimandando tutto a gara 7, da giocare in casa, dove le statistiche dicono che è meglio non preparare troppa gioia.

I numeri sono contro Pittsburgh, dicono che sia Crosby che Malkin non sono decisivi, che la HBK si bloccherà e che Murray è talento ma anche fortuna. Dimenticano Bryan Rust e il giovanotto di Pontiac ribalta il pareggio di Drouin e con una doppietta porta i Penguins in finale, una cosa che mancava dal 2009 e alla faccia della scaramanzia il trofeo di campioni della Eastern Conference viene toccato e anche coccolato, avrà presto compagnia.

Come può un pinguino battere uno squalo

La domanda farebbe inorridire Piero Angela, ma qua si parla di uno sport meraviglioso, la sfida fra Sharks e Penguins è presentare contro Crosby la coppia Joe Thornton e Patrick Marleau, due che hanno atteso ben 2.778 partite prima di vedere la Stanley Cup.

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Gara 1 si apre col botto dopo appena 40 secondi grazie a Bryan Rust ma i Penguins sopra 2-0 si fanno rimontare con Hertl e Marleau, prima che l’eroe del Punjabi Bonino segni il gol vittoria nel boato di un’arena letteralmente impazzita.

Il primo giugno San Jose va per gara 2 per pareggiare la serie, non fa i conti con Sidney Crosby quando nell’overtime spiega come andranno le cose, Conor Sheary esegue alla perfezione e Pittsburgh vincendo va sul 2-0.

La scaramanzia fa continuare il “Sarebbe un peccato se…“, Pittsburgh può volare nella Shark Tank per chiudere la disputa, passa in vantaggio e conduce due tempi di gioco, con la statistica che parla di 49 vittorie su 50 quando i Penguins sono sopra di un gol dopo 40 minuti, così visto che la Nhl è incoerente e tremendamente rocambolesca ecco il pari Sharks con Ward su intervento di Murray abbastanza discutibile e gol di Donskoi nell’overtime, alla faccia di numeri e statistiche.

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Lo squalo mangia il pinguino direbbe Piero Angela, così al banchetto vengono invitati anche i Metallica che suonano l’inno nazionale come nessuno potrebbe far meglio e come l’invito dei Penguins a Shawn Michaels anche loro saranno nefasti per i padroni di casa. Mancano altri due protagonisti, Ian Cole ed Eric Fehr, oltre al primo timbro del neo papà di Nikita, ovvero Evgeni Malkin, 4-2 a San Jose e via libera alla Stanley Cup da conquistare in gara 5 nell’arena locale.

Sembra tutto bello e pronto, la Stanley Cup viene lucidata e pronta per essere sollevata, gara 5 è un tripudio giallooro, dopo 5 minuti e 06 secondi di gioco si vedono già 4 gol e un divertimento incredibile, uno spot da mandare a reti nazionali col messaggio “Ecco cos’è la NHL“.

Karlsson però asseconda gli Dei dell’Hockey, segna il provvisorio 3-2 prima che Pavelski timbri il cartellino a porta vuota, nessuna festa, si va a gara 6 per rivedere San Jose nella Consol Energy Center in gara 7, l’intenzione è chiara, ma da qui a farlo c’è da vincere in casa, sperando nella versione San Martin Jones appena elevata a eroe di San Jose.

La Stanley Cup e i Penguins, 3 trionfi tutti e 3 in trasferta, dallo 0-8 ai Minnesota North Stars al 5-6 contro i Blackhawks sino all’1-2 di Detroit, il Sap Center è pronto per essere una bolgia ma Pittsburgh ha ancora un paio di protagonisti da far esultare, Brian Domoulin segna il gol del vantaggio, difensore che aveva iniziato non capendo bene la Nhl e ora certezza assoluta, poi al pareggio di Couture ecco che San Jose si gode la festa per un minuto scarso, prima che Kris Letang segni il 2-1.

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Non un gol casuale né un giocatore come gli altri, come la storia della franchigia, Letang ha subìto infortuni e ha conosciuto la paura di non poter più scendere sul ghiaccio, quando nel gennaio 2014 nausea e vomiti indirizzavano i medici verso unictus al giocatore, un piccolo foro nel cuore che solitamente si ha dalla nascita e che si chiude col tempo. Ma non solo, Letang era tra i migliori amici di Luc Bourdon, giocatore dei Canucks morto in un incidente in moto mentre Kris gioca la Stanley Cup 2008, dolore che forgia il giocatore che non si arrende davanti a niente.

La rete di Letang è quella decisiva, Hornqvist chiude sul 3-1 a porta vuota quando tutti vorrebbero saltare, magari proprio tutti no, pensando a Mike Johnson e dove è arrivata la sua ex squadra dopo il suo licenziamento.

E’ la gioia di una franchigia sfigata, amata e odiata, che non si è mai fatta mancare niente, da Super MarioLemieux, a Sidney Crosby mister Conn Smythe Trophy che a 28 anni ha già vinto tutto, a Phil Kessel, noto Ciccio o Disastro di Toronto, che chiude la sua post season con 10 gol e 12 assist in una linea, la HBK, che fa più danni della Sweet Chin Music, la mossa finale di Shawn Michaels, per arrivare poi a Matt Murray, è giovane, fortunato, ma anche un portiere che ha vinto la Stanley Cup all’esordio, per arrivare infine a Mike Sullivan, un preside che ha riunito alunni indisciplinati e svogliati trasformandoli nella “Banda Sullivan” per arrivare poi ad una città che nella festa finale presenta 350.000 persone ad applaudire i nuovi campioni Nhl.

E’ stata una bella avventura, lei, la Coppa più Bella, la Stanley Cup, è di nuovo di Sidney Crosby e dei suoi Pittsburgh Penguins, è di nuovo gialla e oro in un’ondata di passione che da qui a ottobre sarà travolgente.

Poi sarà di nuovo Nhl, saranno di nuovo sogni e incubi per tutti, nello sport più bello del mondo e spesso anche il più “nascosto” tra gli sport americani, ma fidatevi, amate l’hockey perché ne vale realmente la pena.

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SAN JONES, IL PORTIERE CHE BLOCCA LA NOSTRA FESTA

Da una parte ci sono 18.387 spettatori nell’arena locale e almeno altrettanti fuori pronti a esultare, dall’altra squadra con le spalle al muro, vincere per sopravvivere, per tornare un’ultima volta nella tana degli squali e chissà, rivedere il ghiaccio di Pittsburgh per gara 7, ecco gara 5 tra Penguins e Sharks, primo elimination game per i padroni di casa.

San Jose @ Pittsburgh gara 5 (1-3)

Le statistiche sono contro le gare vinte per decidere la Stanley Cup, la città di Pittsburgh non vince negli sport americani dal 1960 con una coppa in palio, le 3 coppe dell’hockey sono sempre arrivate in trasferta, a Minnesota con un 8-0, a Chicago con un 6-5 e Detroit nel 2009 con doppietta di Talbot nel 2-1.

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Neanche il tempo di sistemare cuore ed emozioni che gli Sharks segnano, 1 minuto e 4 secondi, Brent Burns beffa Schultz e Murray che non copre il suo palo, San Jose che per la prima volta nella serie sono in vantaggio.

Squali che sono indemoniati, neanche 3 minuti di gioco, tiro di Braun e deviazione volante di Logan Couture, 2-0 e arena di casa ammutolita in un incredibile avvio.

Zubrus, uno dei due giocatori insieme a Jones ad aver giocato una finalissima di Stanley Cup, decide di riaprire la gara concedendo un power play ai Penguins. In superiorità numerica dentro tutta l’artiglieria, senza pensarci troppo Kessel mette un disco al centro per Malkin, il russo decide di usare il pattino di Braun come sponda e 2-1!

Non passa molto per l’ennesimo boato, arrivano gli HBK, tira Bonino devia Hagelin, 2-2 dopo appena 5:06 di gioco, qualcosa di assurdo e incredibilmente fantastico, uno spot per la Nhl da far vedere al mondo intero, con la linea di Pittsburgh che arriva ai 56 punti.

Ma non finisce qui con l’emozione, la bolgia della Consol Energy Center guida i Penguins all’assalto di  Martin Jones che risponde alla conclusione di Hagelin e Kessel che non trova il disco a porta quasi vuota, poi altro power play ai danni di Burns e nuova offensiva giallo oro, traversa di Kunitz e doppio palo di Kessel, primi segnali nefasti per i padroni di casa.

Tutto cambia quando mancano 5 minuti e 17 secondi, magia di Logan Couture per Melker Karlsson e Murray battuto per la terza volta in venti minuti, il coronamento di un periodo folle e anche divertentissimo.

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Nessuno lo sa ma da quel momento il risultato cambierà solo per il gol di Pavelski a porta vuota, 4 reti di San Jose che non rendono merito alla mole di azioni di Pittsburgh che a fine gara conterà 46 tiri contro i 22 degli ospiti.

Nel mezzo Jones ferma Rust, Crosby e Hornqvist, chiudendo una serata con la delusione di un’intera città pronta a esplodere ma facendo proseguire la favola dei playoff Nhl, si ritorna in California domenica notte e chissà se si chiuderà tutto lì.

PROSSIMI APPUNTAMENTI

Pittsburgh @ San Jose 12 giugno gara 6

KESSEL E SHEARY SPAZZANO VIA GLI SQUALI: SI VA A SAN JOSE SUL 2-0!!

La seconda gara per la Stanley Cup può indirizzare la serie, con Pittsburgh avanti 1-0 in caso di vittoria Sharks l’inerzia sarebbe tutta verso la California, con il 2-0 invece la scalata degli Squali sarebbe complicata mentre per i Pinguini si aprirebbe un primo grande solco fatto di color argento, con la coppa più bella del mondo verso la Pennsylvania. Ma tra le contendenti può essere un fattore chi in rosa ha un Orso col numero 81 e un “signor nessuno fino ad oggi” col 43, entrambi faranno esplodere l’arena.

Andiamo con ordine però.

San Jose @ Pittsburgh (0-1)

Rust c’è e questa è la prima bella notizia per i padroni di casa, gli Sharks affrontano la marea oro della Consol Energy Center con Thornton, Pavelski e Hertl, linea che fino ad ora ha prodotto 51 punti.

I Penguins rispondono con Crosby, Hornqvist e Sheary ma sul ghiaccio ripropongono anche la linea “Spezza Cuori”, la HBK che ruba al wrestling WWE il nome e vede Hagelin, Bonino e Kessel pronti a sfidare la top line degli Sharks come produzione offensiva.

Il dubbio negli ospiti riguarda Justin Braun, all’euforia per la prima finalissima da giocare si aggiunge il dolore per la perdita del suocero, Tom Lysiak, morto dopo malattia ed ex giocatore di Flames e Blackhawks, col difensore degli Sharks che si presenta regolarmente in campo e si farà notare.

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Crosby è nella maturazione totale, leader, assist man e come visto in gara 1 anche in versione coach, quando spiega sulla lavagnetta le posizioni da far intraprendere ai compagni.

Pronti, via, ma ritmi più bassi rispetto a gara 1, cosa più congeniale a San Jose, la prima conclusione è di Ward dopo un minuto e 50 secondi ma Murray fa buona guardia.

Pittsburgh pare ingabbiata e deve sottostare al livello imposto da San Jose, quando però accelera fa molto male, specie conEvgeni Malkin fresco papà di Nikita e desideroso di far gol.

Il più vicino alla rete è Chris Kunitz ma la traversa dice no dopo gli spaventi alla porta di Jones causati da Sheary, Crosby e dal Genio di Magnitogorsk.

La prima penalità è causata dall’ex Paul Martin e da uno sciagurato disco fuori ghiaccio con conseguente ritardo nel gioco a 7 minuti dalla fine, il power play però non consegna reti.

Pittsburgh nonostante i ritmi bassi continua la sua statistica al tiro, arrivando a toccare un +113 conclusioni in tutta la post season rispetto al totale dei tiri subiti nei playoff, con San Jose che chiude nonostante tutto meglio il primo periodo con il tabellino marcatori vuoto per entrambe.

Thornton e Marleau hanno atteso tantissimo la prima Stanley Cup, 1.367 gare per Joe, 1.411 per Patrick e l’ansia e la paura per essere davanti all’unica occasione della carriera può bloccare le due superstar.

Iniziato il secondo periodo i primi pericoli arrivano dalla quarta linea dei Pens con Cullen e Kuhnhackl ma con un ribaltone di fronte ecco che Hertl recupera il disco a Bonino e in scivolata prova a piazzare il disco dove Murray non copre, palo e spavento locale.

San Jose prova ancora ad abbassare il ritmo, controlla il disco con i difensori Polak e Dillon, pasticcio clamoroso dei due contro la HBK, Hagelin recupera il puck, Bonino tira superando Jones ma la stecca che deposita il rete è diPhil “Ciccio” Kessel, vantaggio, boato e grandissima soddisfazione per il numero 81 dei Penguins, all’ennesima rivincita contro i suoi molteplici detrattori che ora stanno in silenzio.

Per la linea HBK è il punto numero 50, qualcosa di devastante.

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Dopo il gol fallo di frustrazione per Paul Martin, ancora power play ma la penalty killing degli Sharks funziona in maniera ottima nonostante l’assedio.

Pittsburgh quando crea fa male ma non riesce a chiudere la partita, Hagelin colpisce la traversa mentre gli Sharks sbattono spesso su Nick Bonino, col giocatore che sicuramente avrà tanti lividi ma anche un gran cuore.

Il pressing disperato che San Jose inizia nel terzo periodo va a sbattere con le invenzioni di Pittsburgh, Crosby e Malkin provano a inventare qualcosa ma Jones si salva, come si salva Murray con la traversa di Tierney.

Crosby continua ad essere un fattore sul ghiaccio, lo contiene bene solo la prima linea Sharks ma per il resto è sofferenza, lo spavento per gli ospiti è poi su un tiro di Letang che improvvisamente vede il puck rimbalzare e finire vicinissimo alla gabbia di Jones.

Tutto pare indirizzato verso la vittoria con scarto minimo, invece dal nulla il disco arriva a Logan Couture, grande invenzione per Braun che tira e rivede il puck dentro la gabbia di Murray, 1-1 e giustissima soddisfazione per chi combatte col dolore nel cuore, il gol di Justin Braun annienta l’arena locale e di botto fa capire che gli Squali non sono in gita a Pittsburgh.

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E’ overtime e Crosby sicuramente sta prendendo gusto con i grandi discorso da capitano, al rientro sul ghiaccio l’87 vince un ingaggio, serve per Letang che vede il movimento di Conor Sheary, uno dei giovanotti terribili della “Banda Sullivan”, controllo del disco e gol, di botto ecco il boato, il 2-1 finale e il 2-0 nella serie, game, set e match direbbero nel tennis.

Pittsburgh prosegue con la nona vittoria in casa nei playoff, è la terza volta che succede alla franchigia di Lemieux e in due occasioni sono arrivate altrettante Stanley Cup.

Inoltre era dal 2006 che una squadra della Eastern non vinceva la prima gara di Stanley Cup, statistica “causata” dai trionfi a ovest di Detroit, Chicago e Los Angeles.

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Sidney Crosby chiude la gara con l’ingaggio vinto che regala il gol ma non è solo entrare nel tabellino assist per lui, leader anche nel recuperare dischi in difesa e fare quel gioco sporco che solo con Mike Sullivan si è visto fare al capitano dei Penguins e questa vale come lode al coach di Pittsburgh ingaggiato a dicembre.

Se Kessel è “L’Essenziale” con un goleador che non si nasconde nei playoff e anzi pare avere sempre fame il discorso contrario può esser fatto per Marleau e Thornton, ma anche per Pavelski, se i tre non danno la carica al Sap Center di San Jose la scalata verso la coppa sarà irrimediabilmente compromessa.

Prossimi appuntamenti:

Pittsburgh @ San Jose gara 3 4 giugno

Pittsburgh @ San Jose gara 4 6 giugno

BECAUSE IT’S THE CUP!!