La marcia dei Pinguini

“Considero più valoroso colui che sopraffà i propri desideri che non colui che conquista i propri nemici; perché la vittoria più dura è contro se stessi.”

Con una citazione di Aristotele, che con Platone e Socrate è considerato uno dei padri del pensiero filosofico occidentale, apriamo la nostra ampia pagina dedicata alla straordinaria impresa compiuta dai Pittsburgh Penguins, capaci di conquistare per due stagioni consecutive il titolo di campioni NHL, cosa mai riuscita a nessuna franchigia nella recente “era del Salary Cap”.

L’ultima formazione a vincere due Stanley Cup una dopo l’altra furono i Detroit Red Wings, che, guidati da Coach Scotty Bowman e capitanati da Steve Yzerman, fra il 1997 ed il 1998 si sbarazzarono agevolmente (sweep) in finale di Philadelphia Flyers e Washington Capitals, perdendo inoltre solamente 10 partite (su 42!) durante le cavalcate in quelle due post season strabilianti.

Foto di gruppo con le due Stanley Cup conquistate consecutivamente dai Detroit Red Wings nel 1997 e nel 1998 “sweeppando” in finale Flyers e Capitals

Quella squadra, composta da giocatori del calibro di Yzerman, Shanahan, Fedorov, Kozlov, Holmstrom, Lidstrom, Lapointe ed il forte goalie Osgood, era nettamente superiore a qualsiasi altra franchigia NHL ed il back to back era ampiamente alla loro portata; una formazione che nella “hockeytown” centrò successivamente un’altra Stanley Cup nel 2002 annichilendo i Carolina Hurricanes in finale con un perentorio 4-1.

Alla portata erano anche le possibilità di doppietta per i Pittsburgh Penguins che, ammettiamolo, hanno in rosa i due migliori centri in assoluto della NHL, ossia capitan Sidney Crosby ed il russo Evgeni Malkin, un cecchino infallibile come Phil Kessel, un difensore di livello mondiale come Kris Letang ed una coppia di portieri che di fatto è stata l’arma in più della franchigia oro-nera, Marc Andre Fleury e Matt Murray, che si sono rivelati decisivi durante gli ultimi playoff.

Il General Manager di Pittsburgh Jim Rutherford e l’Head Coach Mike Sullivan alla parata svoltasi in città dopo la conquista nella passata stagione della quarta Stanley Cup dissero ai microfoni, di fronte a 400.000 persone in festa, “proveremo ad essere di nuovo qui l’anno prossimo, statene certi, ci proveremo”, bene, mercoledì si è svolta la seconda parata consecutiva in città, questa volta di fronte a circa 650.000 tifosi.


La Regular Season, l’esplosione di Guentzel, i continui infortuni ed il Maurice “Rocket” Richard Trophy conquistato dal Capitano

Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall’estate del 2016: migliorarsi dopo aver accarezzato la gloria, non sedersi sugli allori e trovare nuovamente stimoli per ripetere ciò che si è appena conquistato, queste erano senza dubbio le situazioni più difficili da combattere per Coach Mike Sullivan ed i suoi ragazzi; se è vero che non si è mai stufi di vincere è altrettanto vero che in alcuni momenti della stagione la fame di qualche altra formazione possa risultare maggiore rispetto alla tua, specialmente se hai vinto qualcosa di importante poco tempo fa.

Justin Schultz svolgerà numerosi allenamenti con Sergei Gonchar per migliorare il suo rendimento in zona offensiva, coach Sullivan infatti pretende dal difensore un aiuto dalla blue line per migliorare il powerplay della sua squadra

Dal roster che conquistò la Stanley Cup battendo i San Jose Sharks in 6 gare a giugno, ai nastri di partenza ad ottobre mancano solamente 2 giocatori, Ben Lovejoy e Beau Bennett finiti entrambi a New Jersey, mentre il contratto in scadenza di Justin Schultz viene rinnovato brillantemente dal GM Rutherford per una stagione ad un solo milione di dollari d’ingaggio, un piccolo capolavoro, diciamolo.

Inoltre, dopo i numerosi pensieri riguardanti ad un possibile ritiro, il veterano Matt Cullen firma per un’altra stagione (ufficialmente l’ultima?) rendendo disponibile tutta la sua esperienza alla ricerca di conquistare la terza Stanley Cup della sua carriera.

L’inizio di stagione non promette benissimo, a capitan Sidney Crosby, di rientro dalla World Cup of Hockey conquistata con il suo Canada, viene diagnosticata l’ennesima concussion della sua carriera ed il suo rientro nel ghiaccio ritarda; dopo sei gare di assenza però fortunatamente i sintomi da commozione cerebrale scompaiono ed il #87 viene definito abile al rientro in gioco. L’esordio stagionale sarà bagnato da un goal contro i Florida Panthers in una gara che Pittsburgh vincerà 3-2.

Sono dei Penguins pimpanti e sicuri dei propri mezzi quelli di inizio stagione che nonostante qualche sciocchezza di troppo del reparto difensivo si mantengono stabilmente nelle prime tre piazze della Metropolitan Division, guidata a sorpresa dai Columbus Blue Jackets di John Tortorella.

Dicembre risulterà il mese migliore della Regular Season, nello stesso mese infatti arriveranno le roboanti vittorie per 6-2 contro Dallas, 5-3 contro Detroit, 8-5 contro Ottawa, 5-1 contro Florida, 7-0 contro Arizona e 7-1 contro i Rangers facendo diventare i Penguins la formazione che realizza più goal dell’intera lega.

Nonostante la streak di vittorie però in NHL e soprattutto nella medesima Division di Pittsburgh c’è chi sta facendo clamorosamente meglio, i Blue Jackets piazzano 17 vittorie consecutive e volano sorprendentemente in vetta dell’intera NHL, dimostrando di non essere una meteora ed umiliando fra le mura amiche i Penguins con un nettissimo 7-1 il 22 dicembre.

Fra gennaio e febbraio nella Metropolitan Division si assiste alla rinascita dei Washington Capitals ed al crollo dei New York Rangers, partiti anch’essi a razzo come Columbus (che crollerà successivamente), mentre Pittsburgh, alle prese con la costante situazione nera riguardante gli infortuni si mantiene, nonostante tutto, stabilmente ai vertici della classifica trascinata dalla vena realizzativa di Conor Sheary, piazzato in pianta stabile al fianco di Sidney Crosby nella prima linea d’attacco.

Ron Hainsey affronta Crosby con la casacca degli Hurricanes; per il 36enne statunitense la grande occasione di una vita, dopo 907 gare in NHL finalmente potrà disputare la post season

Alla Trade Deadline per combattere tale sfortuna vengono acquistati due difensori veterani: Ron Hainsey da Carolina e Mark Streit da Philadelphia; durante la Regular Season infatti, solamente Phil Kessel disputa tutte le gare, mentre Ian Cole e Justin Schultz saranno i giocatori più impiegati nella zona arretrata, il primo con 81 presenze, il secondo con 78.

La situazione infortuni peggiora quando prima Sheary, poi Daley e Letang sono costretti a saltare numerose partite, infine anche Malkin sarà costretto a saltare il termine della stagione regolare per motivi fisici, ma a quel punto la qualificazione per la post season era già avvenuta.

Per Kris Letang purtroppo l’operazione chirurgica risulterà necessaria e come un fulmine a ciel sereno dalle speranze di rientro in ottica playoff ecco che il miglior difensore nel roster di Pittsburgh è costretto a gettare la spugna arrendendosi all’ernia cervicale che lo teneva fuori da un paio di mesi rimandando il ritorno sul ghiaccio all’inizio della prossima stagione.

E’ un boccone amaro da masticare per i Penguins, specialmente per chi sperava di poter ripetere la cavalcata effettuata la passata stagione quando proprio Letang fu uno dei maggiori protagonisti, realizzando inoltre il game winning goal nella gara decisiva contro i San Jose Sharks.

Jake Guentzel si merita un posto in line up, per il giovane talento saranno 33 i punti totali a fine stagione in sole 40 presenze

Se la mancanza di Letang pesa, ecco che l’assenza di Sheary permette l’ascesa di un’interessantissimo rookie richiamato dal farm team di AHL, i Wilkes Barre Scranton Penguins, il suo nome è Jake Guentzel e dopo aver esordito nel mese di novembre in maniera memorabile contro i New York Rangers (2 goal nei primi 2 tiri fatti!) diventa membro fisso della line up dei Penguins, prima come ala destra di Malkin, poi come ala destra di Crosby in una linea formata da Sid, Guentzel e Rust (successivamente rimpiazzato da Sheary quando lo stesso Rust subisce un infortunio) denominata Sid & The Kids.

Proprio Capitan Sidney Crosby si esalta in mezzo ai giovani, il #87 chiude la stagione con 44 reti e 45 assist in 75 partite, conquistando il Maurice “Rocket” Richard Trophy quale miglior marcatore dell’intera lega di fronte a Nikita Kucherov dei Tampa Bay Lightning ed all’astro nascente dei Toronto Maple Leafs Auston Matthews che si fermano entrambi a quota 40 centri.

Justin Schultz con 51 punti conditi da 12 goal e da 39 assist si prende di fatto le luci del palcoscenico nel reparto arretrato, gli allenamenti con Sergei Gonchar durante la stagione sono serviti a migliorarne di gran lunga i movimenti in attacco e la gestione del puck, fondamentali per un difensore se vuole rendersi utile alla manovra della propria squadra.

Si giunge così a fine stagione con numerosi punti di domanda, se è vero che Pittsburgh nonostante tutto è riuscita a terminare la Regular Season in seconda posizione delle Metropolitan Division assicurandosi l’importante vantaggio di poter disputare quanto meno il primo turno playoff con il fattore campo a proprio favore, l’assenza di un giocatore chiave come Kris Letang potrebbe pesare davvero troppo nella bilancia dei favoriti alla conquista della Stanley Cup, se si pensa inoltre al fatto che la favorita Washington alla Trade Deadline ha aggiunto alla propria blue line un altro tassello di grande importanza come Kevin Shattenkirk, arrivato da St. Louis.


Primo turno: caro Tortorella, una rondine non fa primavera

Jake Guentzel è uno dei protagonisti assoluti del primo turno per i Pittsburgh Penguins; per il rookie 22enne 5 goal ed 1 assist nei 5 incontri disputati

Il 12 aprile si inizia a fare sul serio, la post season apre i battenti e per i Pittsburgh Penguins l’ardua prova chiamata Columbus Blue Jackets.

La formazione allenata da coach John Tortorella ha disputato una stagione regolare coi fiocchi, terminando terza in Metropolitan Division, quarta squadra dell’intera NHL con 108 punti totalizzati; in gabbia si presenta il candidato al Vezina Trophy Sergei Bobrovsky, semplicemente straordinario in Regular Season dove chiude al primo posto nelle statistiche riservate alla sua categoria sia per media goal subiti (2,06) che per media parate (.931%).

La difesa è il punto forte del team dell’Ohio, con 193 reti subite risultano la seconda miglior squadra della lega dietro solamente ai Washington Capitals.

Gara 1 comincia con l’ennesimo infortunio in casa Pens, Matt Murray infatti esce claudicante dopo il riscaldamento prepartita ed è costretto a lasciare il posto a Marc Andre Fleury, il cui backup sarà il giovane Tristan Jarry.

Tutta l’esperienza del 32enne canadese viene fuori durante una gara disputata ottimamente dagli ospiti, che hanno le sole colpe di imbattersi in una di quelle giornate versione “muro” da parte di Fleury specialmente in un primo periodo nel quale i Jackets tirano per 16 volte (contro le sole 3 dei Penguins) verso la sua porta.

Nel secondo periodo Rust, Kessel in powerplay e Bonino portano avanti dei rigenerati Penguins per 3-0 prima di assistere nuovamente al Fleury show nel terzo periodo che concede gloria solamente a Calvert che realizza il 3-1 finale.

Passano solamente 48 ore e le due squadre sono di nuovo una fronte all’altra.

Gara 2 concede una seconda standing ovation del pubblico di casa a Marc Andre Fleury, il goalie di Pittsburgh chiude la serranda con 39 parate su 40 tiri diretti verso la sua porta da Columbus che paga a caro prezzo la vulnerabilità in gabbia del proprio portiere: del Bobrovsky ammirato in Regular Season infatti non si vede traccia, nel primo goal siglato da Crosby e nel terzo da Malkin il russo compie delle sciocchezze che costano il match e portano la serie sul 2-0 per i Penguins.

La speranza per il team di Tortorella è che la serie possa ribaltarsi quando i pattini scenderanno sul ghiaccio dell’Ohio, ma dopo una partenza con il piede pigiato sull’acceleratore ed i primi scricchiolii fatti registrare dalla difesa incerottata dei Penguins ecco che Columbus deve fare i conti con la vena realizzativa del rookie Jake Guentzel che con una tripletta permette a Pittsburgh di portare a casa una gara iniziata malissimo all’overtime spegnendo l’entusiasmo del pubblico di casa.

Da segnalare la parata assurda di Fleury con il caschetto su Dubinsky poco prima del game winning goal realizzato dal rookie dei Penguins.

Coach Tortorella chiede ai suoi un grande sforzo, lo sweep è da evitare, solo 3 punti hanno diviso le due squadre durante la stagione regolare, non si può uscire senza vincere nemmeno una partita ai playoff.

I ragazzi ricevono la chiamata e rispondono con una prestazione gagliarda in gara 4 che alla fine dei conti risulterà l’unica vittoria per Columbus in questa post season.

Marc Andre Fleury in una delle 49 parate che compierà in gara 5; il veterano goalie di Pittsburgh ha risposto presente alla chiamata dopo l’infortunio subito da Murray nel warm up di gara 1

Gara 5 infatti vedrà i padroni di casa strapazzare i Blue Jackets per 5-2 con protagonisti Bryan Rust autore di una doppietta ed un sontuoso Marc Andre Fleury che si diverte a parare “anche i sassi” e chiude la gara con 49 parate fra gli applausi di tutto il pubblico di casa che gli tributa la meritata standing ovation; mai come in questo momento la decisione di Rutherford di non cedere Fleury affrontando il problema “expansion Draft” a fine stagione sta dando i suoi frutti in casa Penguins.


Secondo turno: caro Ovechkin, nemmeno questo sarà il tuo anno

Strepitoso Fleury, in ogni gara vinta da Pittsburgh il goalie è stato uno dei migliori sul ghiaccio, senza di lui probabilmente staremmo parlando di una storia diversa…

Dopo aver battuto la quarta forza dell’intera Lega, Pittsburgh al secondo turno si trova di fronte all’ostacolo più duro, i Washington Capitals di Alexander Ovechkin, vincitori del Presidents’ Trophy per il secondo anno consecutivo, squadra spaziale con un solo difetto: psicologicamente soffrono troppo la pressione nei momenti decisivi e come vedremo patiranno lo stesso problema anche quest’anno.

“The Great Eight” mai come in questa stagione ha la possibilità di mettere le mani sulla Stanley Cup, trofeo che si meriterebbe per quanto abbia fatto vedere sul ghiaccio ma che sino a questo momento non ha mai nemmeno sfiorato (Washington infatti non centra una finale Stanley Cup dal lontano 1998, anno della doppietta Red Wings).

Il fattore campo è a favore dei Capitals così come la scorsa stagione quando vinsero gara 1 all’overtime, questa volta non andrà così bene; Sidney Crosby realizza nel primo minuto del secondo periodo una splendida doppietta, Washington pareggia la gara con un goal per tempo, Ovechkin prima e Kuznetsov poi che festeggia mimando il volo di un’aquila caricando ancor di più il pubblico di casa, ma a spegnere gli entusiasmi ci pensa l’eroe di gara 6 2015/16 Nick Bonino che, sfruttando un posizionamento discutibile della coppia difensiva formata da Orpik e da Shattenkirk, batte Holtby per il goal del 3-2. I Capitals si buttano in attacco e ci vuole il miglior Fleury mai visto da anni a questa parte a dire di no in un’occasione interminabile nella quale compie almeno tre parate miracolose; grazie a lui Pittsburgh annulla immediatamente il vantaggio del fattore campo facendo uscire sin da subito i soliti fantasmi dagli armadietti dei Washington Capitals.

Gara 2 è fondamentale per la formazione di Barry Trotz, impensabile sperare di vincere una serie se ti ritrovi sotto 0-2 dopo aver disputato 2 gare casalinghe; indovinate un po’ che succede? Succede che l’assedio di Washington nel primo periodo trova pronto Fleury, concentrato ed aggressivo al punto giusto, toglie sicurezze ad Ovechkin & Co. che nel secondo periodo crollano. Il quarantenne Matt Cullen prende in giro Shattenkirk in velocità ed in shorthanded buca il five hole di Holtby, anch’egli lontano parente di quello visto in Regular Season; Niskanen pareggia immediatamente ma il Crosby di questi ultimi tempi è forse il più forte mai visto e con un gioco di prestigio si fa beffe della difesa Capitals servendo a Kessel un cioccolatino per il goal del 2-1. A seguire Guentzel in contropiede porta il risultato sul 3-1; il terzo periodo vede Holtby pullato e Grubauer a difendere i pali della porta di Washington, colpita ancora da Kessel, Malkin ed infine Guentzel per un 6-2 che porta Ovechkin & Co. sul baratro.

La serie si sposta a Pittsburgh ed ecco che dopo pochi minuti il miglior giocatore al mondo viene colpito duramente alla testa dalla coppia Ovechkin-Niskanen, i tifosi dei Penguins insorgono ed invocano alla premeditazione, Trotz se ne esce ai microfoni dichiarando che era semplicemente una “hockey play”, ciò che ne consegue è l’uscita dal ghiaccio per l’intera partita di Crosby ed una gara dominata da Washington che con i goal di Backstrom in powerplay e di Kuznetsov vola sul 2-0 salvo farsi raggiungere negli ultimi due minuti di gara dalla voglia di Pittsburgh di riscatto, Malkin e Schultz portano la gara all’overtime ma il peggiore della serie sino a questo punto, Shattenkirk, in powerplay scaglia un tiro su cui Fleury nulla può riaprendo di fatto la contesa.

A questo punto per i Penguins la situazione diventa difficile, se già dovevano fare a meno del loro miglior difensore durante questi playoff la triste notizia che il proprio capitano potrebbe aver subito l’ennesima commozione cerebrale della sua carriera li mette di fatto spalle al muro, di fronte al nemico più temuto, i Washington Capitals.

Ma contro Washington Pittsburgh sembra avere un conto in sospeso, una supremazia mentale che viene fuori in gara 4, gara in cui Mike Sullivan è costretto a mischiare, ribaltare, sistemare in continuazione le linee offensive orfane del giocatore più forte al mondo, ciò che ne consegue è una gara tutta cuore dei Penguins trascinati manco a dirlo dalle parate di Marc Andre Fleury, il compagno di sempre di Crosby, e dal goal decisivo di Justin Schultz che in powerplay sostituisce alla grande l’assenza di uno come Letang.

A questo punto i Capitals cambiano improvvisamente modo di giocare, dimenticano che Pittsburgh va battuta solo con la cattiveria agonistica ed iniziano a disegnare hockey sul ghiaccio, forte dei numerosi giocatori di livello assoluto presenti a roster; gara 5 e gara 6 sono dominate dalla formazione capitolina che annienta i Penguins per 4-2 fra le mura amiche e 5-2 sul ghiaccio nemico nonostante il rientro in line up di Sidney Crosby, visibilmente meno convinto di quello ammirato ad inizio playoff, quasi intimorito quando il puck entra in suo possesso di una possibile carica nei suoi confronti.

Ancora una volta, la terza, alle strette di mano finali Ovechkin esce vinto da Crosby che potrà cercare di conquistare la terza Stanley Cup in carriera

Pittsburgh sembra essersi spenta sul più bello, proprio quando il capitano ha fatto rientro Washington ha iniziato a giocare dimostrando perchè per due anni consecutivi è ai vertici della NHL, tutta la stagione bisogna andare a giocarla in una gara 7 che promette spettacolo.

Le luci del palcoscenico nella gara decisiva se le prende Marc Andre Fleury che con 29 parate chiude la serranda ad Ovechkin & Co. conquistando il primo shutout di questa post season sino a questo punto esaltante, mentre Bryan Rust e Patric Hornqvist fanno sprofondare nuovamente i sogni di gloria della formazione capitolina. Pittsburgh dimostra che la voglia di vincere e di non essere mai domi, paga.


Conference Final: caro Karlsson, sei un fenomeno ma non basta

L’occhio vigile di Guy Boucher; il coach di Ottawa imbriglia l’offensiva di Pittsburgh e sfrutta al 100% le capacità dei suoi ragazzi facendoli rendere al massimo. In questa serie non ci saranno vinti e vincitori, semplicemente ha vinto l’hockey su ghiaccio.

Passano solamente tre giorni fra gara 7 vinta a domicilio contro i Capitals e la prima sfida della nuova serie che vedrà di fronte i Penguins ed i sorprendenti Senators capaci di eliminare i Boston Bruins ed i New York Rangers in 6 gare grazie alla vena realizzativa di Pageau ed alle giocate di un ritrovato Bobby Ryan (seconda scelta assoluta di Anaheim al Draft del 2005, quello di Crosby per essere più precisi…!) e del solito monumentale Erik Karlsson che nonostante gli acciacchi fisici dispensa hockey di altissimo livello dall’inizio di questa post season.

Coach Guy Boucher disarma l’offensiva di Pittsburgh sin dal primo istante e la frustrazione di Malkin & Co. è tangibile in una gara 1 che vedrà i Senators sbancare la PPG Paints Arena grazie ad un bellissimo goal di Ryan all’overtime; Ottawa pattina alla doppia velocità di Pittsburgh che non riesce a trovare varchi nell’1-3-1 imposto ai suoi dal bravo coach ex Tampa Bay Lightning.

La seconda sfida della serie risulta molto simile alla prima per certi versi se non fosse che il risultato finale sorriderà ai padroni di casa; dopo più di 50 minuti a reti inviolate con Anderson e Fleury capaci di parate d’altissimo livello, la difesa di Ottawa compie l’unico errore della serata facendosi beffare dal filtrante di Malkin per il liberissimo Phil Kessel che dallo slot tira due volte verso la porta trovando nella seconda occasione l’angolino basso che fa esplodere l’Arena riportando la serie in parità. Fleury chiude conquistando il secondo shutout di questa post season; per lui sarà l’ultimo…

Si va in Canada dove si pensa che la strategia attendista di Boucher possa cambiare rendendo la vita più facile a Pittsburgh se gli spazi in tal caso dovessero aumentare; ciò che accade invece nel primo periodo è un totale dominio dei padroni di casa che bucheranno Fleury per 4 volte in 20 minuti, sfruttando ogni minimo errore della stordita difesa dei Penguins ed ammutolendo anche l’ultimo degli ottimisti tifosi oroneri.

Matt Murray, ristabilitosi dall’infortunio accorso nel riscaldamento della prima gara di post season, subentrerà ad un frastornato Fleury dopo il goal del 4-0 e disputerà i primi minuti dei suoi playoff dimostrandosi abile e dando a Sullivan la possibilità di scelta in vista di una delicatissima gara 4.

Il tempo per Marc Andre Fleury è terminato, coach Sullivan da fiducia al frutto del suo lavoro, quel Matt Murray lanciato titolare lo scorso anno e di fatto divenuto uno dei fautori dell’impresa compiuta dai Penguins la stagione passata; Ottawa parte bene anche in gara 4 ma Murray sale in cattedra con almeno 3 interventi decisivi che daranno la carica ad i suoi che con Maatta, Crosby e Dumoulin porteranno avanti 3-0 Pittsburgh prima di subire la rimonta dei Senators, ma non basterà, nonostante l’assedio finale in 6 contro 4 si tornerà a Pittsburgh in parità per una serie che diventerà “best of 3”.

Ciò che vedremo in gara 5 saranno probabilmente i migliori Penguins di questa post season contro i peggiori Senators: la partita si decide verso la metà del primo periodo con i goal di Maatta, Crosby (in powerplay), Rust e Wilson con il goalie di Ottawa Craig Anderson per la prima volta in difficoltà nella serie e pullato dopo il termine della prima frazione. Cullen, Kessel e Daley infieriscono nel punteggio portando Pittsburgh ad avere il primo match point da disputare nel ghiaccio nemico.

Tutti parlano di quanto spettacolare sia stata Pittsburgh in gara 5 e si dimenticano che un 7-0 vale quando un 1-0 e soprattutto che ogni gara fa storia a se e così ecco che in gara 6 i problemi offensivi rimarcati dall’ottima disposizione tattica dei Senators dimostrata nelle prime 4 gare tornano a galla e come se non bastasse Craig Anderson disputa la miglior partita della serie mettendo a referto qualcosa come 45 parate. Al goal di Malkin che porta in vantaggio gli ospiti rispondono Ryan in un powerplay 5 contro 3 e la bomba di Hoffmann che rimanda ogni sentenza “alla bella”.

Ottawa ha uno score gravemente insufficiente con le gare 7 disputate nella loro storia, non hanno infatti mai vinto una gara perdendo tutte le 5 affrontate; Pittsburgh invece racconta di un bilancio di 9 vittorie e 7 sconfitte, con le 7 sconfitte però subite tutte fra le mura amiche.

Sidney Crosby toccherà con mano scaramanticamente (così come fatto nel 2009 e nel 2016 ma non nel 2008) il Prince of Wales Trophy, trofeo dedicato alla vincitrice della Eastern Conference

La partita decisiva è uno spot per l’hockey su ghiaccio: brilla la tecnica e la forza di Erik Karlsson, brilla la voglia dei ragazzi di Sullivan di voler difendere la Stanley Cup conquistando un’altra finale nonostante i continui infortuni che hanno ridotto all’osso il roster (fuori anche Hornqvist nelle ultime 4 gare disputate contro Ottawa).

Chris Kunitz non segnava da 35 partite, dal 16 febbraio, nella gara decisiva ne fa 2, il primo apre le danze, il secondo, al secondo tempo supplementare porta Pittsburgh in Paradiso, a danzare ancora una volta con la Coppa a 4 soli passi da compiere assieme ai Nashville Predators.

Si chiude la favola dei Senators, si chiude la favola di Anderson con un goal subito forse evitabile che sa di beffa per quanti altri miracoli ha dovuto compiere il goalie di Ottawa; la più bella vittoria per lui però saranno le parole della moglie Nicholle, che a fine gara gli dirà di essere totalmente guarita dal cancro che la affliggeva da novembre rendendo la storia di Anderson ancor più toccante ed umanamente meravigliosa. Poteva esserci un lieto fine ancora migliore, è vero, ma purtroppo per lui questa Pittsburgh ha ancora una fame pazzesca.

Al termine della serie, agli shaking hands capitan Erik Karlsson stringendo la mano a Sidney Crosby e rispondendo al suo “avete giocato benissimo” gli dice “abbiamo perso contro i migliori; vai, vai e conquistane un’altra!”. Crosby annuisce, sa di potercela fare.


Stanley Cup Final: cari Predators, siete forti, meritavate di più, avete l’Arena più chiassosa del mondo, ma la Coppa resta a Pittsburgh

Jake Guentzel abbracciato da Dumoulin: il rookie dei Penguins sarà determinante in entrambe le prime due gare casalinghe con i game winning goals

Si riparte, il 29 maggio Pittsburgh è pronta a ballare ancora una volta con la Lord Stanley Cup, di fronte a loro l’ostacolo Nashville Predators che per la prima volta nella loro giovane storia giungono sino a questo traguardo e non vorrebbero fermarsi certamente qui.

Per la prima volta nella storia della NHL due coach americani, Sullivan e Laviolette, sono alla carica delle formazioni giunte alla Stanley Cup Final, due coach che hanno dimostrato di saper trasmettere oltre a gioco ed idee anche carattere e grinta alla propria squadra.

Gara 1 parte con l’arrembante inizio dei Predators per nulla intimoriti dall’avere di fronte i campioni in carica; PK Subban trova la via del goal ma Sullivan sfrutta nel migliore dei modi il coach’s challenge a disposizione permettendo ai referee di rivedere l’azione e determinare che nell’entrata in zona di Nashville Forsberg fosse in offside. La gara rimane sullo 0-0 sino al minuto 15 quando in un powerplay 5 contro 3 i Penguins trovano il goal con un tiro dallo slot di Malkin; un minuto dopo Sheary, eroe dei playoff 2016, trova il primo goal in questa post season per merito di una grande invenzione di Kunitz ed infine a 30 secondi dal termine Bonino si vede assegnare un goal che in fondo non è altro che un’autorete di Ekholm che si vede recapitare sul pattino il puck spintogli addosso da un Rinne in netta difficoltà. Proprio le prestazioni del goalie finlandese influiranno, e non poco, durante tutta questa serie finale.

Pittsburgh pensa di aver già vinto e nei successivi due tempi dimentica di attaccare e si limita al compitino; ciò che ne consegue è l’ovvia rimonta di Nashville, strameritata, che culmina con il 3-3 di Gaudreau a 7 minuti dal termine.

A quel punto con i Penguins che non tirano in porta da 37 (!!!) minuti coach Sullivan esprime tutto il suo disappunto in panchina urlando in faccia ai suoi “qualcuno tiri quel dannato disco verso la porta!”, Jake Guentzel, il più giovane del gruppo, capta al volo la situazione e trova l’incrocio dei pali riportando avanti la sua squadra a 3 giri di orologio dal termine, chiudendo di fatto la prima sfida della serie, permettendo ai padroni di casa di trovarsi immeritatamente avanti. 12 i tiri diretti verso la porta di Rinne al fronte dei 26 scagliati dai Predators verso la gabbia difesa egregiamente da Murray.

Rinne chiude con la peggior prestazione di sempre per un goalie ai playoff, Pittsburgh vince nonostante per la prima volta nella loro storia non siano riusciti a tirare per un intero periodo verso la porta avversaria. Non un buon segnale per Nashville…

Passano due soli giorni ed è già tempo di gara 2; stavolta a passare in vantaggio sono gli ospiti con una grandissima giocata di Pontus Aberg che scherza Maatta e batte Murray con un pregevole tiro sotto la traversa, la reazione Penguins c’è e porta ancora il nome di Jake Guentzel, miglior marcatore di Pittsburgh di questa post season, che su assist di Sheary fa passare il disco nell’unico spiraglio disponibile lasciatogli da un Rinne ancora una volta poco reattivo.

La gara prosegue in parità sino ad inizio terzo periodo quando sul ghiaccio rientrano i migliori Penguins ed i Predators meno concentrati della sino ad ora straordinaria post season; dopo 12 secondi Guentzel, ancora lui, fa 2-1, poi in soli 15 secondi a cavallo del terzo minuto di gioco Wilson e Malkin chiudono la gara mandando Rinne a farsi anticipatamente la doccia. Per il goalie di Nashville è arrivata l’ora di tornare quello visto nei primi tre turni, altrimenti per i suoi si fa troppo dura.

La serie finale si sposta in Tennessee, nella chiassosa Bridgestone Arena che diventerà di fatto un fattore nelle due gare casalinghe per Nashville; oltre alla grandissima carica agonistica dei ragazzi di Laviolette che sembrano quasi tarantolati, la spinta del pubblico si fa sentire entrando nel vivo specialmente per bersagliare il povero Matt Murray, esente da colpe sui goal subiti (difesa di Pittsburgh che fa acqua da tutte le parti). Pekka Rinne torna ad essere Pekka Rinne nelle gare casalinghe che si concludono con un parziale di 9-2 per i padroni di casa che giungono dunque a disputarsi gara 5 in quel di Pittsburgh con il morale a mille ed un’intensità di gioco ben diversa da quella mostrata da Crosby & Co. parsi scarichi e stanchi nelle due trasferte.

Evgeni Malkin rilascia la classica intervista pre gara che sa di sfida e soprattutto di tentativo di spostare il momentum dalla propria parte, il russo infatti dichiara che ad essere stanchi a questo punto della stagione non sono solamente loro, ma bensì anche i Predators.

Ciò che ne consegue è la miglior gara disputata da Pittsburgh, che schiaccia il piede sull’acceleratore dal primo minuto sino al goal del 6-0 salvo poi difendere l’imbattibilità di Murray che porta così a casa il secondo shutout della sua post season; il dominio dei Penguins è totale, Pekka Rinne subisce la seconda uscita anticipata dal ghiaccio della serie dopo il 3-0 subito nei soli primi 20 minuti, ma il suo sostituto Saaros non riesce a fare meglio contro gli indemoniati attacchi dell’offensiva che ha in Crosby la fonte più ispirata, capace di piazzare tre assist ed alcune giocate al limite del reale. Dopo essere usciti da Nashville con le ossa rotte anche questa volta i Penguins rispondono alla grandissima, andando a prendersi la possibilità di giocarsi il match point per la Stanley Cup con una prestazione corale sontuosa, stritolando le certezze dei Predators trovate nelle gare casalinghe ma immediatamente cancellate dalla sonora sconfitta nella gara che di fatto risulterà da spartiacque nella serie.

Si giunge così a gara 6, ultimo atto di una grandissima cavalcata oppure penultimo atto di una serie che avrà bisogno della settima?

La risposta giusta è la prima, ma non senza difficoltà e recriminazioni.

Nashville dopo l’imbarcata di gara 5 torna la squadra spavalda e grintosa vista nelle prime 4 gare e combatte ad armi pari con dei Penguins ben più concentrati di quelli visti nelle prime due apparizioni alla Bridgestone Arena; sugli scudi entrano entrambi i portieri che chiudono ogni varco possibile alle offensive avversarie.

Al secondo minuto del secondo periodo Nashville trova il goal, ma Sissons infila in rete il puck dopo il fischio dell’arbitro che dava per conclusa un’azione che conclusa non è, il pubblico si imbufalisce, il torto c’è, non voluto ovviamente ma c’è, chissà che strada avrebbe preso la gara se… è la domanda che tutti si pongono.

La strada che prende la gara dopo tale sentenza è quella di Pittsburgh, il risultato resta in bilico sino ad 1:35 dal termine, quando Patric Hornqvist (scelto per 230esimo proprio da Nashville al Draft del 2005) infila il puck sfruttando un fortunoso rimbalzo su spalla e schiena di Rinne facendo esplodere la panchina dei Penguins che capiscono quanto sia vicina la conquista della seconda Stanley Cup consecutiva.

Coach Mike Sullivan solleva la sua seconda Stanley Cup, il coach statunitense è stato l’uomo giusto al momento giusto per riportare Pittsburgh in vetta alla NHL

Carl Hagelin (che ha combattuto con problemi fisici importanti durante tutti i playoff risultando molto meno determinante rispetto alla passata stagione) a porta vuota mette in cassaforte il risultato e consegna le chiavi della Stanley Cup a Mike Sullivan ed al suo gioiello chiamato Pittsburgh Penguins.

Il coach vince 2 coppe in 1 anno e mezzo di carriera sulla panchina dei Penguins, diciamolo, ha compiuto qualcosa di stratosferico, la sua capacità di trasmettere passione, grinta e determinazione alla squadra è notevole; un team che in passato soffriva troppo a livello emotivo ha trasformato la propria debolezza nella propria forza attuale, denotata in maniera clamorosa durante questi ultimi playoff.

Tutti vedevano dei Penguins diversi rispetto a quelli visti lo scorso anno, è vero, tutti vedevano una squadra come meno energia rispetto a quella dello scorso anno, è vero, ma questa squadra ha sempre lottato per raggiungere l’obiettivo finale ossia: vincere, riuscendoci anche senza il miglior difensore e con diversi elementi delle line up in condizioni fisiche discutibili.

Ron Hainsey a 36 anni suonati conquista la soddisfazione di una vita, passata nei bassifondi fra Columbus, Atlanta, Winnipeg ed infine Carolina, alzando la Stanley Cup alla sua prima apparizione in una post season NHL.

Chris Kunitz centra il personale quarto titolo, ai 3 conquistati infatti con Pittsburgh si aggiunge quello vinto nel 2006 con la casacca degli Anaheim Ducks; mentre Malkin e Crosby si godono la terza Stanley Cup della loro carriera di successo che sino all’arrivo di Sullivan aveva portato più dolori che gioie.

La città di Pittsburgh nella giornata di mercoledì ha abbracciato i propri idoli occupando le strade cittadine, ben 650.000 i partecipanti alla parata della Stanley Cup. Pittsburgh inoltre entra nell’elite dello sport americano portando anche la propria formazione hockeistica a conquistare cinque titoli, così come i Pirates nel baseball e gli Steelers nel football (a quota 6).

Il diario di una stagione strepitosa per i Penguins termina qui, con una foto, il passaggio di consegne fra Marc Andre Fleury e Matt Murray, il veterano goalie, da una vita a Pittsburgh, il giorno dopo la conquista della Stanley Cup ha infatti annunciato di aver firmato una liberatoria contrattuale col team che nel caso in cui Las Vegas lo chiamasse all’Expansion Draft si trasferirebbe in Nevada lasciando Crosby & Co. dopo 12 anni di unione.

Proprio Matt Murray detiene un personalissimo record, non avendo disputato il numero di gare necessarie la passata stagione per essere definito rookie, lo è divenuto quest’anno e dunque al “primo anno” intero in NHL il ragazzino conta già 2 Stanley Cup in bacheca! Vincente predestinato? Staremo a vedere… nel frattempo Fleury gli passa la Coppa e le chiavi della porta di Pittsburgh per gli anni avvenire.

Marc Andre Fleury e Matt Murray si dividono questa Stanley Cup; il primo straordinario nei primi due turni, il secondo determinante negli ultimi due chiusi con due shutout consecutivi nelle gare decisive in finale

#isitOctoberyet?

Back2Back centrato!! Quinta Stanley Cup in bacheca!!

“Il successo non viene solo con la vittoria, ma talvolta anche già col voler vincere.”

Con una citazione di Friedrich Nietzsche rendiamo onore alla grandissima cavalcata messa in atto dai Pittsburgh Penguins in questi playoff, disputati con cuore, grinta e tenacia, mai domi e sempre rinati nel momento in cui venivano dati per morti.

La voglia di vincere di Pittsburgh ha fatto la differenza in questa stagione: se nella scorsa annata la formazione allenata da coach Mike Sullivan arrivava alla post season lanciatissima dopo una clamorosa rimonta compiuta da gennaio in poi ed in uno stato di forma devastante ecco che quest’anno, la franchigia capitanata dal miglior giocatore al mondo, Sidney Crosby, ha lottato con tutte le armi a propria disposizione per conquistare la quinta Stanley Cup della storia, la seconda consecutiva, che di fatto li rende la prima squadra nell’era del Salary Cap a raggiungere questo meraviglioso traguardo.

Inoltre era dal lontano 1997-1998 che una formazione non vinceva per due anni consecutivi la Stanley Cup, gli ultimi a riuscirci furono i Detroit Red Wings.

La strada dei Penguins verso la conquista della Coppa più bella del reame ve la racconteremo prossimamente in un ampio focus la cui data di uscita è prevista per venerdì mattina (giusto per rendervi un po’ meno amaro il primo weekend senza hockey da ottobre ad oggi…!), quest’oggi ci soffermiamo sulla gara che ha chiuso la stagione NHL.


GARA 6: Hornqvist cuore ingrato!

Pittsburgh Penguins @ Nashville Predators 2-0

Patric Hornqvist, 230esima scelta di Nashville al Draft del 2005, punisce la sua ex squadra ad 1 minuto e 35 secondi dal termine dei tempi regolamentari, regalando il back to back ai Penguins

Gara 6, per Nashville significa vincere o morire, per Pittsburgh gloria od occasione mancata, forse solo rinviata (eventuale gara 7 da disputare in casa).

La Bridgestone Arena come sempre ribolle di entusiasmo nonostante la sonora sconfitta subita dai propri beniamini sul ghiaccio nemico solamente 3 giorni prima, un 6-0 che di fatto ha riportato con i piedi per terra la formazione allenata da coach Laviolette dopo le due fantastiche prestazioni casalinghe di gara 3 e 4 e li ha portati sull’orlo del baratro, spalle al muro di fronte ad un avversario che ha tutte le intenzioni di voler chiudere immediatamente la pratica.

La partenza ne è una prova, pronti via e Guentzel crea subito un’occasione da goal sfruttando uno scivolone di Ellis su un ghiaccio tutt’altro che in perfette condizioni dell’Arena, Rinne risponde presente a differenza di quanto fatto vedere in gara 5.

Le squadre partono a viso aperto e dopo pochi secondi arriva anche la prima parata di Matt Murray, la conclusione dalla distanza di Subban però è semplice da respingere per il rookie estremo difensore di Pittsburgh.

Si va senza sosta da destra a sinistra e da sinistra a destra, Malkin scatta, tira, il guanto di Rinne para agevolmente, il tutto nel solo primo minuto di gioco.

Passano altri 60 secondi e Cullen assiste in maniera geniale Kunitz, il tap in del veterano dei Penguins trova sulla sua strada però il gambale di un attentissimo Rinne a fermare la conclusione destinata ad infilarsi in rete; la gara è bellissima, il pubblico assiste senza nemmeno sedersi nei propri seggiolini trepidante in attesa di un goal, l’occasione arriva sulla stecca di Josi, ripartenza velocissima di Fisher e Wilson, disco per l’accorrente difensore svizzero che tira da posizione defilata impensierendo Murray.

Pittsburgh non sta a guardare, Guentzel da un angolo impossibile prova il goal dell’anno, Rinne è bravo a parare col petto chiudendo lo specchio della porta come meglio non potrebbe.

Alla prima pausa pubblicitaria si arriva dopo un’altra conclusione, stavolta da posizione improba ci prova Forsberg, Murray dice ancora di no. L’Arena provoca il goalie di Pittsburgh con i soliti canti divenuti famosi nelle due opache prestazioni fornite dal giovane portiere dei Penguins in gara 3 e 4, questa volta si rifarà con gli interessi.

Nella parte centrale del primo periodo le squadre rallentano e nonostante Nashville abbia due minuti da poter disputare in superiorità numerica sarà Conor Sheary il primo ad avere una nuova occasione da goal: imbeccato dal solito Guentzel il #43 di Pittsburgh colpisce di prima verso Rinne, abile a ribattere la conclusione con i gambali permettendo al risultato di rimanere sullo 0-0.

Prima del termine del primo periodo sale in cattedra Matt Murray, doppio intervento decisivo su Fisher prima e sul tap in di James Neal poi che ha la sfortuna di trovarsi sulla stecca un disco ballerino che viene colpito solamente di striscio permettendo la parata d’istinto al goalie avversario. Le luci del palcoscenico sono tutte per i rispettivi goalie, Rinne para su incursione solitaria di Hornqvist, mentre Ellis blocca la successiva conclusione di Hagelin chiudendo di fatto le emozioni di un intenso primo parziale.

Si riparte ed è subito Nashville, Colton Sissons cattura un rebound concesso da Murray su conclusione di Forsberg, tap in facile facile e Predators in vantaggio. Anzi no! Un clamoroso abbaglio del referee posizionato di fianco alla gabbia difesa da Murray fischia anticipatamente rendendo inutile il prosieguo di un’azione che doveva essere lasciata proseguire. Svista colossale. Il pubblico protesta, giustamente. Laviolette sbraita, giustamente. Pittsburgh più che fortunata in quest’occasione.

L’arbitro fischia credendo che il puck sia in possesso di Murray. Errore clamoroso e goal ingiustamente tolto a Nashville (Sissons appoggerà facilmente in rete il disco). Qualcosa che inevitabilmente farà discutere.

La gara diventa anche di nervi, Sheary sgambetta Jarnkrok e manda nuovamente in powerplay i padroni di casa, ma quest’oggi il disco in superiorità numerica circola male ed il penalty kill di Pittsburgh ne esce ancora vittorioso senza concedere nemmeno un tiro verso la porta difesa da Murray.

Crosby poco dopo sale in cattedra, apertura per Hagelin, disco che lo svedese gioca bene e lascia al capitano che di polso sfodera un gran tiro sul quale Rinne si deve superare.

Sembra che il vantaggio da parte di una delle due formazioni possa maturare da un momento all’altro; l’occasione giusta arriva sulla stecca del solito Sissons, con Pittsburgh che compie un cambio di linea agghiacciante mandando di fatto in un uno contro uno il #10 di Nashville, Murray però para miracolosamente stoppando l’urlo di gioia dei 18000 tifosi impazziti sugli spalti.

Passano altri due minuti e Neal serve ad Arvidsson un disco che il #38 dovrebbe sparare verso la porta di Murray a botta sicura, ma purtroppo per i Predators il ghiaccio di casa è ancora una volta nemico, ed il disco anzichè arrivare pulito nella stecca dello svedese si alza all’ultimo istante rendendo il tiro sporco e facile preda del goalie dei Penguins.

Nashville preme, Pittsburgh riparte velocemente in un 3 contro due gestito da Maatta e Crosby, apertura del capitano sontuosa per Guentzel, tiro a botta sicura respinto però da uno stoico Ellis.

Nashville preme dicevamo, preme fortissimo verso la fine del periodo costringendo coach Sullivan a giocarsi il time out dopo un paio di icing di troppo registrati dalla linea Malkin/Kessel, poco appariscente in questa gara e nettamente in difficoltà contro la velocità di Forsberg, Wilson e Sissons.

Anche il secondo periodo termina a reti inviolate, si deciderà tutto dunque negli ultimi (?) venti minuti di gioco.

La prima opportunità del terzo parziale arriva dalla stecca di Hainsey che dalla blu fa partire una botta che trova pronto alla risposta un sontuoso Rinne, disturbato dallo screen di Hornqvist.

Succede di tutto, Forsberg colpisce una traversa da posizione defilatissima a Murray battuto, Sissons devia una conclusione di Ekholm rendendo il tiro imprevedibile sul quale però il goalie di Pittsburgh risponde presente.

Che spettacolo l’NHL, che spettacolo questa gara 6!

Passano un paio di minuti ed è Cole ad avere l’occasione del vantaggio, ma su apertura del solito Crosby il difensore di Pittsburgh tira debolmente permettendo a Rinne una facile parata col guantone.

L’occasionissima per Nashville arriva a metà del terzo periodo, prima Maatta (ingenua interferenza su Arvidsson), poi Daley (scorrettezza ai danni di Ellis) lasciano i Penguins in 3 contro 5 per 35 secondi e 3 minuti e 25 in 4 contro 5; sale in cattedra Matt Murray con due interventi decisivi su Josi e Fisher nella stessa occasione, prima con la pinza, poi a chiudere lo specchio con tutto il corpo disteso nel ghiaccio.

La Bridgestone Arena è una bolgia, sente il profumo di vittoria, Pittsburgh sembra alle corde, Ekholm ci prova dalla blu ma Murray con il gambale dice di no, prima di parare il successivo rebound leggero di Arvidsson che non riesce a dare forza alla conclusione.

Il powerplay non porta al goal del tanto sospirato vantaggio ed i Penguins escono da una situazione assai difficile ancora “vittoriosi”; a 6 giri di orologio dal possibile overtime Colton Sissons ha sulla stecca il puck del vantaggio, tiro di prima a botta sicura su assist di Forsberg, Murray è battuto ma il palo alla sua sinistra dice di no al centro di Nashville, uomo più pericoloso della sua squadra durante l’intera serie.

E’ un segnale.

La dea bendata in questa notte del Tennessee ha baciato in fronte i campioni in carica.

Ecco così che quando tutto sembra pronto per un finale al cardiopalma da vivere ai supplementari, Ellis sbaglia un retropassaggio nel quale si butta Kunitz, il veterano con 3 Stanley Cup in bacheca apre per Schultz, botta di prima del difensore diretta verso la porta di Rinne, disco che termina fuori dai pali, sbatte sulla balaustra, si appoggia sulla rete dietro la gabbia prima di essere spinto dalla stecca di Patric Hornqvist beffardamente addosso alla schiena di Rinne che permette al disco di entrare in porta. 1-0 Penguins ad 1 minuto e 35 dal termine. Goal di astuzia siglato da colui che nel 2005 (anno della prima scelta al Draft di nome Sidney Crosby) fu selezionato come 230esimo proprio da Nashville. Il destino a volte è atroce.

Laviolette chiama un coaching’s challenge che profuma di disperazione; l’interferenza su Rinne ovviamente non c’è e la panchina di Pittsburgh festeggia unita in un grandissimo abbraccio.

Il goal arriva troppo tardi per sperare in una rimonta da parte dei Predators, che nonostante l’uomo in più non generano nulla dalle parti di Murray ed anzi, concedono gloria anche a Carl Hagelin che in empty net sigilla la vittoria mettendo in cassaforte il risultato, gara 6 e di conseguenza serie e conquista della Stanley Cup 2017!

Capitan Sidney Crosby alza la terza Stanley Cup della sua carriera, la quinta per la franchigia di Pittsburgh, la seconda consecutiva

Per i Penguins è la quinta Stanley Cup della loro storia, tutte le vittorie decisive sono state conquistate in trasferta, dettaglio davvero particolare e degno di nota.

Sidney Crosby così come Mario Lemieux fece nelle stagioni 1991 e 1992 alza la Stanley Cup dopo aver conquistato anche il Conn Smythe Trophy, meritato o meno che sia questo trofeo (a voi le soggettive opinioni), il capitano dei Penguins entra di diritto fra le leggende di questo meraviglioso campionato e di questo sensazionale sport qual’è l’hockey su ghiaccio.

I tifosi di casa lasciano l’Arena con l’amaro in bocca ma con la consapevolezza di aver messo a dura prova i campioni in carica, mettendoli sotto sul piano del gioco in almeno 3 gare, 2 chiuse con delle meritate e roboanti vittorie, una con una sconfitta che grida vendetta (gara 1).

I tifosi dei Pittsburgh Penguins potranno invece godere di un altro anno di enorme felicità, Crosby, Malkin & Co. infatti hanno compiuto qualcosa di straordinario che resterà nella storia della NHL.

Per il resoconto di gara 6 e della finale di Stanley Cup è davvero tutto.

A presto per “La marcia dei Pinguini”, articolo interamente dedicato ai Pittsburgh Penguins capaci di compiere un clamoroso back to back, il primo nell’era del Salary Cap.


#IsItOctoberYet

Siamo in Finale di STANLEY CUP!

Bentornati fans dei Pittsburgh Penguins!

Nemmeno un anno è passato dal giorno in cui capitan Sidney Crosby alzava la quarta Stanley Cup al cielo della nostra storia.

Nemmeno un anno dopo siamo di nuovo qui, a giocarci la possibilità di conquistare la più bella del reame, grazie alla vittoria registrata nella notte in una pazzesca gara 7 contro gli Ottawa Senators.

Chris Kunitz ha appena realizzato l’overtime winner! E’ festa grande a Pittsburgh (e non solo!)

La rete di Chris Kunitz al secondo tempo supplementare ha deciso una sfida che sembrava potersi protrarre all’infinito; tante, tantissime le opportunità generate e fallite dalla nostra squadra, talmente tante che ad un certo punto la porta difesa da Anderson sembrava stregata…ma quando tutto sembrava poter girare dalla parte dei Senators ecco che il veterano (diciamolo, spesso criticato dalla tribù della Italy Pens Fans) ha scagliato di prima intenzione un tiro nel quale il goalie di Ottawa non ha potuto nulla facendo esplodere l’urlo di gioia della PPG Paints Arena e di noi tutti tifosi Penguins da casa.

E’ stata una partita tiratissima, con entrambe le formazioni ben disposte sul ghiaccio dai rispettivi coach, Sullivan da una parte ha mescolato più e più volte le linee offensive in modo di trarre qualcosa di positivo, Boucher dall’altra ha risposto nello stesso modo spegnendo sul nascere per lunghi tratti della gara le proposizioni in attacco delle prime linee dei Penguins.

Handshake finale fra i due capitani, due giocatori fenomenali

Impossibile non citare la bellezza di un giocatore in casacca avversaria: Erik Karlsson ha dimostrato una volta di più di essere il miglior difensore della Lega, generando entrambi i goal dei Senators (il primo con un meraviglioso assist a Stone, il secondo con una bomba dalla blu che ha colpito il palo prima di trovare la stecca di Dzingel abile a depositare il puck in rete) e scendendo sul ghiaccio per 39 minuti e 33 secondi, pazzesco, più di 8 minuti rispetto al nostro leader di minutaggio (Olli Maatta). Ad Erik da parte di tutta la crew della Italy Pens Fans vanno i nostri sinceri complimenti.

Tornando alle linee offensive in questa gara abbiamo visto con piacere il rientro in line up di Conor Sheary, 23 goal in Regular Season ma ancora a secco in questi playoff; l’ala sinistra dopo aver iniziato la partita in quarta linea (creando inoltre il goal del vantaggio in cui ha piazzato il notevole assist per Kunitz) è stato affiancato a Sidney Crosby e solo un pizzico di sfortuna ha fatto si che il ragazzino non sia riuscito a timbrare il cartellino, andandoci vicino in un paio di clamorose occasioni. 

Se Sheary sale, Guentzel scende: il rookie è parso stanco e poco reattivo, lontano parente del funambolo visto nelle prime due serie di questa post season, speriamo per noi che in questi pochi giorni di riposo prima di gara 1 delle finals possa recuperare un briciolo di energie.

Sufficiente il rientro in line up di Justin Schultz, che ha avuto il merito di siglare la rete del secondo vantaggio con un preciso tiro dalla distanza ma che ha faticato talvolta (come tutti i nostri difensori, sia ben chiaro) nell’uscita di zona regalando troppi turnover, nei quali dovremo sicuramente migliorare in vista della serie finale.

Eccoci dunque a dover parlare della serie finale, di fronte ci troveremo come lo scorso anno una debuttante, i Nashville Predators, sorpresa (ma neanche tanto) di questa post season.

I Predators, allenati da Peter Laviolette (Stanley Cup champion alla guida dei Carolina Hurricanes nel 2006), sono una formazione composta da un reparto arretrato di livello assoluto, basti pensare che le prime due linee difensive vedono in line up gente del calibro di PK Subban, Roman Josi, Ryan Ellis (leading scorer difensivo in questi playoff) e Matthias Ekholm ed in gabbia vige il muro chiamato Pekka Rinne, autentico one man show nella serie vinta contro gli Anaheim Ducks.

Purtroppo per loro mancherà Ryan Johansen, centro della prima linea offensiva, infortunatosi in gara 4 della finale di Conference e che non farà rientro prima dell’inizio della prossima stagione. Proprio la zona centrale sarà la zona che dovremmo sfruttare a nostro vantaggio, noi abbiamo Crosby, Malkin, Bonino e Cullen, loro Fisher (in forse per gara 1), Sissons, Jarnkrok e Wilson.

Crosby & Co. avranno sulle gambe l’acido lattico accumulato in queste ultime due gare, disputate entrambe dopo che i Predators avevano già conquistato il pass per la finale, speriamo che questo non incida sul nostro stato fisico.

Ancora una volta Sidney Crosby decide di toccare il Prince of Wales Trophy, trofeo destinato alla vincitrice della Eastern Conference (così come fatto nel 2009 e nel 2016, non fatto nel 2008…)

Detto questo, uniamoci tutti ancora una volta per fare il tifo per i nostri Pittsburgh Penguins!

La nostra festa non deve finire!!

La Stanley Cup non deve lasciare Pittsburgh!!

Appuntamento per gara 1 nella notte italiana di lunedì alle ore 2:00.

#NONSUCCEDEMASESUCCEDE

Un sogno chiamato Stanley Cup, versione 2016

E’ difficile spiegare perché una franchigia di Nhl sia diversa dalle altre, i Pittsburgh Penguins per storia e tradizione hanno un qualcosa di diverso, un qualcosa che oggi si ripropone a 7 anni di distanza, un titolo che magari i più affezionati a Playitusa hanno già letto, una dinastia mancata ma segnata spesso dalla sfortuna, ora però che i Penguins sono campioni del mondo per la quarta volta tutto si può dimenticare, ma vale la pena raccontare.

Detroit, Hossa e una coppa che mancava da troppo tempo

I Penguins rappresentano l’aver pazienza in Nhl, ricostruire dalla macerie, da un quasi fallimento ad una nuova era, tra il 99 e il 2005 alla Mellon Arena si assiste a qualcosa vicino allo sfascio, la poca liquidità fa scappare i campioni, vedi Jagr e Kovalev su tutti.

Si assiste al grande ritorno di Mario Lemieux, che da leggenda diventa proprietario e il 27 dicembre rientra sul ghiaccio per dare uno scossone ai pinguini e ad un ambiente con poche gioie. La sua mano arriva in tutte e quattro le Stanley Cup, ma tra le due da giocatore e quelle da presidente non si riesce mai ad avere una dinastia, nonostante con Jagr formi un tandem devastante ma anche il preferito dalla sfortuna, con un morbo di hodgking a limitarne le statistiche personali, i successi e lo spettacolo da offrire alla Nhl.

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L’anno zero è quello post lock out 2004/05, i draft sono benevoli con i Pens, nel 2003 arriva Fleury, nel 2004 ecco Evgeni Malkin che non senza polemiche lascia il Magnitogorsk e arriva con la seconda scelta (la prima fu Ovechkin) e nel 2005 a Pittsburgh volano con il numero 62 Kris Letang e con l’1 un tale di nome Sidney Patrick Crosby.

La Stanley Cup viene sfiorata nel 2008 quando quel genio di Ray Shero preleva Marian Hossa da Atlanta insieme a Pascal Dupuis e i due fanno sognare la squadra allenata da Therrien che sfiora la coppa più bella del mondo ma si arrende alla forza e all’esperienza dei Detroit Red Wings.

L’estate successiva anziché far sognare si apre col botto, Hossa firma proprio con i Red Wings e i Penguins si ritrovano a ricominciare tutto da zero, prendendo Satan e Fedotenko e avendo una regular season altalenante.

Non è una franchigia come le altre, l’abbiamo già detto, le cose non funzionano e Therrien salta, al suo posto arriva una sorta di professorino, Dan Bylsma, promosso dalla squadra “Primavera”, i Wilkes Barry che oggi esultano come mai in passato ma vedremo in seguito il motivo.

Con Bylsma arrivano anche Bill Guerin e Chris Kunitz, il primo è un giocatore d’esperienza, il secondo è l’ideale per la prima linea che si completa con Crosby, i Penguins si riprendono e chiudono l’Atlantic Division al secondo posto dietro i Devils, con Malkin che sigla 113 punti, il migliore della lega e Crosby che ne mette a referto 103.

I playoff sono una favola, fuori i Flyers al primo turno i sei gare, con Max Talbot protagonista di un gesto che farà storia, il dito indice sulla bocca chiedendo silenzio ai tifosi di Philadelphia, un 5-3 in gara 6 dopo esser sotto 0-3, con il successivo ostacolo stellare, Alex Ovechkin e i Caps.

Battaglie epiche, tre supplementari su sette gare, con la decisiva partita che si gioca a Washington e che vede i Penguins prevalere 6-2, da quel momento tutti hanno la convinzione che non si ripeterà il secondo posto ma arriverà il botto finale.

Finale di conference contro Carolina, sweep 4-0 e occhi puntati su Hossa e i suoi Red Wings, la vendetta è pronta per essere servita.Evgeni+Malkin+Marian+Hossa+Stanley+Cup+Finals+VFZoUOdjD7Il

La finalissima è all’insegna del fattore campo, Detroit vince le prime 2 gare alla Joe Louis Arena, Pittsburgh risponde due volte con un 4-2 in una Mellon Arena infuocata, gara 5 invece è un calvario con i Red Wings che dominano e schiantano i Penguins per 5-0, quando tutto è apparecchiato per la festa di gara 6 arriva un 2-1 che manda le due franchigie a gara 7.

Le statistiche, come quest’anno, danno spacciata la squadra di Bylsma, i Red Wings avrebbero vinto 99 volte su 100 quella gara per classe e esperienza maggiore, ma non quel giorno, non quel 12 giugno 2009 quandoMaxime Talbot segna una doppietta e Lidstrom sbatte su Fleury a pochi decimi dalla fine.

Dinastia? No, Fleuryte, commozioni cerebrali e sfortune varie

La stagione successiva alla terza Stanley Cup parte benissimo, i Penguins si sentono forti  e giocano l’ultima annata alla Mellon Arena, Crosby è eccezionale, chiude con 109 punti e ben 51 gol, il miglior goleador della Nhl.

Nei playoff primo scoglio Senators superato in 6 gare, con la decisiva partita finita 4-3 ai supplementari dopo esser stati sotto per 3-1, con gol tra gli altri per i Senators di un Matt Cullen che verrà utile più avanti alla causa Pens. Il decisivo gol è di Dupuis e si va avanti contro i Montreal Canadiens.

I Canadiens sono testa di serie numero 8 e non sembrano insuperabili, cosa che fa abbassare a Pittsburgh il tasso della determinazione. In realtà la squadra canadese dimostra di avere voglia di sognare in grande, porta la serie a gara 7 dove ad ogni tiro buca Fleury. Per Marc Andre inizia da quel momento una maledizione con la postseason, va in panchina dopo aver preso 4 gol in 13 tiri e i Penguins chiudono in maniera ingloriosa l’era della Mellon Arena, un 5-2 che fa degli Habs la prima e ultima franchigia ad aver vinto nel vecchio Igloo.

Nuova arena, nuove sfortune, la Consol Energy Center apre con una sconfitta contro gli acerrimi nemici dei Philadelphia Flyers, una gara persa preludio di una stagione sfortunatissima, con la commozione cerebrale di Sidney Crosby e i guai al ginocchio per Evgeni Malkin sembra di rivivere l’epoca di Lemieux e Jagr, forti ma fermati dagli infortuni, specie Super Mario.

Bylsma compie un miracolo chiudendo al secondo posto nell’Atlantic Division grazie sopratutto al sacrificio di Jordan Staal ma una volta ai playoff ancora Marc Andre Fleury compie dei pasticci mondiali, pur essendo sopra 3-1 nella serie contro Tampa Bay e con la prima linea formata da Letestu-Kovalev e Neal i Penguins perdono 8-2 gara 5, 4-2 la sesta partita e subiscono un 1-0 con gol di Bergenheim in gara 7, distrutti, umiliati e demoralizzati nell’arena di casa.113081683_slide

Archiviati i playoff 2011 si punta a rivedere Crosby sul ghiaccio ma i sintomi post commozione cerebrale bloccano il capitano che subisce un linciaggio mediatico per un’assenza che i maligni attribuiscono ad una mancanza di coraggio.

Ritorna invece Malkin e lo fa in grande stile, 109 punti e titolo di miglior giocatore della regular season ma nei playoff l’avventura si chiude al primo turno in una battaglia contro i Flyers e una serie che in 6 partite regala 56 reti (compreso un 10-3 dei Pens in gara 4 dopo 3 sconfitte di fila) e il 5-1 finale al Wells Fargo Center in una disputa che conta innumerevoli risse e penalità.

A Pittsburgh iniziano a saltare i nervi, il primo ad essere ceduto è Jordan Staal che preferisce Carolina ad un prolungamento di contratto con i Penguins, il genio di Ray Shero distrugge e ricostruisce una squadra che perde Malkin per una lieve commozione cerebrale e poi Crosby per la frattura della mascella conseguente ad un disco scagliato da un suo compagno. Si fa per vincere subito, arrivano Iginla, Morrow, Jokinen e Doug Murray, si battono gli Islanders, i Senators ma incredibilmente i Penguins spariscono contro i Bruins perdendo la serie 4-0 e col titolare Fleury che ritorna PaperinFleury giocando solo una delle quattro partite dopo gli ennesimi pasticci.

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Continua l’impazienza a Pittsburgh, avere Malkin e Crosby e vincere una sola Stanley non è compatibile con la storia, ma invece è la malasorte ad essere compatibilissima con i Penguins, strappo ai legamenti per Dupuis e ictus per Kris Letang, eliminazione al secondo turno playoff contro i Rangers e teste che saltano in aria, Bylsma, Shero e un’estate caldissima come raccontato su Playitusa all’epoca.

Si apre l’era Rutherford e Johnston e la sfortuna colpisce ancora Dupuis tra coaguli di sangue nei polmoni, parotite e sfortune mondiali che poi colpiscono anche Olli Maatta preso di mira da un tumore poi sconfitto.

E’ una stagione travagliata, i playoff arrivano solo con l’ottavo posto e la seconda wild card, di conseguenza sfida con la numero 1 della Eastern Conference, i NY Rangers che in 5 partite si sbarazzano dei Penguins, battuti all’overtime della quinta gara da un gol di un ragazzo di nome Carl Hagelin, uno destinato a scrivere la storia, ma non con i Blueshirts.

Arriva Ciccio, fine del digiuno

Il 1 luglio 2015 si apre subito col botto il mercato Nhl, i Pittsburgh Penguins, stanchi della loro inefficenza sotto rete in post season, prendono Phil Kessel, ala dalla classe e dalla mole devastante, per molti il problema numero uno a Toronto che con la nuova maglia si toglierà qualche soddisfazione.

E’ in pratica l’anno zero della gestione Rutherford, oltre a Kessel arriva anche un certo Nicholas Lawrence Bonino, un passato nella serie A2 italiana con l’HC Egna e prelevato dai Canucks in cambio di Sutter.

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Anche Matt Cullen è dei Penguins, Rutherford lo conosce dai tempi degli Hurricanes e lo ingaggia a far da chioccia ai giovanotti di Pittsburgh, lui che a 39 anni e un comportamento da professionista esemplare.

Avere una Ferrari e guidarla come una 500“, questo disse Ibrahimovic a Guardiola al Barcellona, questo pensò Rutherford con Mike Johnston, i Penguins non solo non ingranano ma rischiano di deprimere Sidney Crosby, con media realizzativa spaventosamente bassa per il numero 87.

Natale in casa Penguins si festeggia il 12 dicembre, via Johnston con un record di 15-10-3 e dentro l’allenatore dei Wilkes Barre Scranton, Mike Sullivan, una mossa che in tanti si augurano sia come il cambio Therrien-Bylsma nel 2009, nessuno in quel momento lo sa, ma si sta scrivendo la storia di una leggenda, la leggenda della quarta Stanley Cup.

Dire ciao ad una vecchia amica, la Stanley Cup

Non solo Sullivan come mossa di Rutherford per dare una scossa all’ambiente, il 14 dicembre Scuderi va a Chicago in cambio di Trevor Daley, il 16 gennaio i Penguins decidono di cedere Perron, fin lì deludente e lo scambiano con un certo Carl Hagelin, quello della gara 7 contro i Rangers ma poi Sullivan ci mette del suo, la squadra “Primavera” dei Pens arruola in Nhl un paio di giovanotti, che forse solo il nuovo coach conosce e che rispondono al nome di Conor Sheary, Tom Kunhhackl, Bryan Rust e un baby portiere che dicono sia fenomenale, Matt Murray, nasce così la “Banda Sullivan“.

Ad un certo punto della stagione è come se ai Penguins fanno un disegno e spiegano come passare dal motore di una 500 a quello di una Ferrari, spiegano le marce e una cosa chiamata turbo, da marzo in poi Pittsburgh è una squadra arrabbiata, esagerata, devastante e che non guarda in faccia niente e nessuno, tanto che gli avversari fanno poi a gara per non trovarli nella post season.

Ah, piccolo appunto in nella marcia vincente, a dicembre l’effetto Sullivan pare cominciar male con una commozione cerebrale che colpisce Marc Andre Fleury, il portiere titolare, con Zatkoff e Murray pronti qualora ci fosse bisogno di sostituirlo, con il povero Flower che non riuscirà nel recupero e quando sarà pronto si troverà la strada sbarrata da un fenomeno di 21 anni.

I primi a capire che sarà un bel problema battere i Pens sono i NY Rangers di Henrik Lundqvist, i fasti delle passate battaglie nei playoff sono dimenticate e inizia un’avventura che avrà tantissimi protagonisti.

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Il primo è Patrick Hornqvist, a vederlo pare il gemello di Kessel, una tripletta gela i Rangers che perdono in gara 1 Lundqvist colpito al volto da un bastone di un compagno, in porta parte Zatkoff, chiude la gabbia per 35 volte e passa dalle lodi alla bocciatura in gara 2 quando i Penguins perdono 4-2 e i più nefasti iniziano a chiedere di Fleury.

Da gara 3 in gabbia si presenta Matthew Murray, faccia da bastonatore sovietico e curriculum che parla di trofei vinti quali Baz Bastien Memorial Award e Dudley Red Garrett Memorial Award, che giusto per tradurre sono miglior portiere e miglior rookie della AHL.

Pur sconfitti in gara 2 arrivano le prime due reti di Ciccio Kessel in una linea che comprende Hagelin e Bonino che diventa famosa col nickname HBK, come il famoso campione WWE Shawn Michaels, The Hearthbreak Kid, lo spezza cuori, che in Nhl si trasformano in “Spezza gabbie”.

Il Madison Square Garden è il primo battesimo di una favola, gara 3 e 4 sono altrettante vittorie dei Penguins, con un perentorio 5-0 nell’ultima gara sul ghiaccio newyorkese che è presagio della sconfitta per Lundqvist nella partita che chiude la serie per 4-1 grazie ad un 6-3 nello show di Sheary, Rust e Cullen, mica Crosby e Malkin.

Il secondo turno è eccitante già dall’anteprima, Crosby contro Ovechkin, il meglio del meglio, una battaglia che si sviluppa in sei partite e che nonostante fasti e proclami vede in ombra le due star. 5 gare su 6 si chiudono con un solo gol di scarto, gli HBK mettono a segno 4 gol nel  4-3 finale che fa diventare Nick Bonino l’eroe degli incubi di Ovechkin, con Kessel a segno due vole e Hagelin una.

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Neanche a dirlo, il gol di Bonino fa scatenare l’inno dei playoff 2016 tramite Hockey Night in Punjabi, un urlo che vale Fabio Caressa a Berlino o qualcosa di più emozionante e divertente.

Sarebbe un peccato se…“, il tifoso di Pittsburgh poi si blocca, scottato dalle delusioni del passato vede la sua squadra battere i favoritissimi della Nhl, quei Capitals mangia tutto in regular season ed eliminati con una prova di forza da parte di tutte le 4 linee, non Malkin & Crosby ma una corazzata che ogni partita va a designare un nuovo protagonista.

Non c’è tempo per pensare a cosa è stato di Ovechkin, ci sono i Lightning di Tampa Bay mai sconfitti in campionato nelle 3 partite disputate, che pur senza Stamkos sono devastanti e vicecampioni Nhl.

La prima gara è abbastanza strana, si infortuna in maniera grave Ben Bishop e quando la fortuna sembra dalla parte dei gialloneri è Vasilevskiy a sostituire Big Ben e consegnare gara 1 agli ospiti, con una Consol Energy Center gelata e ammutolita.

La reazione è immediata, gara 2 si apre con un 2-0 firmato Cullen e Kessel nei primi dieci minuti, poi si spegne ancora la luce e in 3 minuti Stralman e Drouin (indiavolato nella serie) pareggiano i conti e la paura si fa avanti in chi è sotto nella serie.

Serve così una prodezza nel supplementare e arriva il gol del prescelto, colui che magari non fa niente durante un evento ma poi ti piazza la zampata e si prende tutte le foto, Sidney Crosby segna il gol decisivo all’overtime, qualcosa che neanche Lemieux ha mai fatto e fa notare a tutti che lui c’è e non è alle Olimpiadi dove segna solo in finale, c’è e vuole fare il Capitano, con la C maiuscola.

Per dominare esiste gara 3, i Penguins sono indemoniati, indirizzano verso Vasilevskiy 48 tiri e segnano tre gol nel terzo periodo, chiudendo la partita sul 4-2 e portandosi in vantaggio nella serie.

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C’è bisogno di tutti in questa postseason, chi più e chi meno, Matt Murray attraversa una gara difficile nella quarta sfida, prende 2 gol in 28 tiri e non sembra al top della forma mentale così si rivede in gabbia Marc Andre Fleury che salva 7 conclusioni su 7 ma esce sconfitto 4-3 nonostante una prova di cuore immensa dei pinguini che sotto 4-0 si svegliano solo negli ultimi minuti e vanno a segno 3 volte con Kessel, Malkin e Kunitz rischiando di scrivere una rimonta epocale.

La vigilia di gara 5 vede l’eterno ballottaggio tra Murray e Fleury, uno ha portato la squadra in finale di conference ma è giovane e può sciogliersi, l’altro è il portiere più esperto della franchigia ma anche un pasticcione in postseason.

Gioca Fleury e sotto gli occhi di Shawn Michael, invitato dai Penguins a vedere la linea HBK, Pittsburgh perde in casa con gol all’overtime di Johnson e neanche a dirlo nessuno rivedrà più nè Michaels nè Fleury sul ghiaccio.

Spalle al muro i Penguins volano all’Amalie Arena sotto 3-2, è la prima volta che l’orlo del baratro è ad un passo e forse questa è la forza della squadra 2016, devi schiaffeggiarla per farle girare gli occhi e farla arrabbiare, un po’ come gli amanti del wrestling vedono in The Undertaker.

In Florida non ci sarà festa locale, gioca Murray e Pittsburgh vince 5-2 dominando e rimandando tutto a gara 7, da giocare in casa, dove le statistiche dicono che è meglio non preparare troppa gioia.

I numeri sono contro Pittsburgh, dicono che sia Crosby che Malkin non sono decisivi, che la HBK si bloccherà e che Murray è talento ma anche fortuna. Dimenticano Bryan Rust e il giovanotto di Pontiac ribalta il pareggio di Drouin e con una doppietta porta i Penguins in finale, una cosa che mancava dal 2009 e alla faccia della scaramanzia il trofeo di campioni della Eastern Conference viene toccato e anche coccolato, avrà presto compagnia.

Come può un pinguino battere uno squalo

La domanda farebbe inorridire Piero Angela, ma qua si parla di uno sport meraviglioso, la sfida fra Sharks e Penguins è presentare contro Crosby la coppia Joe Thornton e Patrick Marleau, due che hanno atteso ben 2.778 partite prima di vedere la Stanley Cup.

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Gara 1 si apre col botto dopo appena 40 secondi grazie a Bryan Rust ma i Penguins sopra 2-0 si fanno rimontare con Hertl e Marleau, prima che l’eroe del Punjabi Bonino segni il gol vittoria nel boato di un’arena letteralmente impazzita.

Il primo giugno San Jose va per gara 2 per pareggiare la serie, non fa i conti con Sidney Crosby quando nell’overtime spiega come andranno le cose, Conor Sheary esegue alla perfezione e Pittsburgh vincendo va sul 2-0.

La scaramanzia fa continuare il “Sarebbe un peccato se…“, Pittsburgh può volare nella Shark Tank per chiudere la disputa, passa in vantaggio e conduce due tempi di gioco, con la statistica che parla di 49 vittorie su 50 quando i Penguins sono sopra di un gol dopo 40 minuti, così visto che la Nhl è incoerente e tremendamente rocambolesca ecco il pari Sharks con Ward su intervento di Murray abbastanza discutibile e gol di Donskoi nell’overtime, alla faccia di numeri e statistiche.

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Lo squalo mangia il pinguino direbbe Piero Angela, così al banchetto vengono invitati anche i Metallica che suonano l’inno nazionale come nessuno potrebbe far meglio e come l’invito dei Penguins a Shawn Michaels anche loro saranno nefasti per i padroni di casa. Mancano altri due protagonisti, Ian Cole ed Eric Fehr, oltre al primo timbro del neo papà di Nikita, ovvero Evgeni Malkin, 4-2 a San Jose e via libera alla Stanley Cup da conquistare in gara 5 nell’arena locale.

Sembra tutto bello e pronto, la Stanley Cup viene lucidata e pronta per essere sollevata, gara 5 è un tripudio giallooro, dopo 5 minuti e 06 secondi di gioco si vedono già 4 gol e un divertimento incredibile, uno spot da mandare a reti nazionali col messaggio “Ecco cos’è la NHL“.

Karlsson però asseconda gli Dei dell’Hockey, segna il provvisorio 3-2 prima che Pavelski timbri il cartellino a porta vuota, nessuna festa, si va a gara 6 per rivedere San Jose nella Consol Energy Center in gara 7, l’intenzione è chiara, ma da qui a farlo c’è da vincere in casa, sperando nella versione San Martin Jones appena elevata a eroe di San Jose.

La Stanley Cup e i Penguins, 3 trionfi tutti e 3 in trasferta, dallo 0-8 ai Minnesota North Stars al 5-6 contro i Blackhawks sino all’1-2 di Detroit, il Sap Center è pronto per essere una bolgia ma Pittsburgh ha ancora un paio di protagonisti da far esultare, Brian Domoulin segna il gol del vantaggio, difensore che aveva iniziato non capendo bene la Nhl e ora certezza assoluta, poi al pareggio di Couture ecco che San Jose si gode la festa per un minuto scarso, prima che Kris Letang segni il 2-1.

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Non un gol casuale né un giocatore come gli altri, come la storia della franchigia, Letang ha subìto infortuni e ha conosciuto la paura di non poter più scendere sul ghiaccio, quando nel gennaio 2014 nausea e vomiti indirizzavano i medici verso unictus al giocatore, un piccolo foro nel cuore che solitamente si ha dalla nascita e che si chiude col tempo. Ma non solo, Letang era tra i migliori amici di Luc Bourdon, giocatore dei Canucks morto in un incidente in moto mentre Kris gioca la Stanley Cup 2008, dolore che forgia il giocatore che non si arrende davanti a niente.

La rete di Letang è quella decisiva, Hornqvist chiude sul 3-1 a porta vuota quando tutti vorrebbero saltare, magari proprio tutti no, pensando a Mike Johnson e dove è arrivata la sua ex squadra dopo il suo licenziamento.

E’ la gioia di una franchigia sfigata, amata e odiata, che non si è mai fatta mancare niente, da Super MarioLemieux, a Sidney Crosby mister Conn Smythe Trophy che a 28 anni ha già vinto tutto, a Phil Kessel, noto Ciccio o Disastro di Toronto, che chiude la sua post season con 10 gol e 12 assist in una linea, la HBK, che fa più danni della Sweet Chin Music, la mossa finale di Shawn Michaels, per arrivare poi a Matt Murray, è giovane, fortunato, ma anche un portiere che ha vinto la Stanley Cup all’esordio, per arrivare infine a Mike Sullivan, un preside che ha riunito alunni indisciplinati e svogliati trasformandoli nella “Banda Sullivan” per arrivare poi ad una città che nella festa finale presenta 350.000 persone ad applaudire i nuovi campioni Nhl.

E’ stata una bella avventura, lei, la Coppa più Bella, la Stanley Cup, è di nuovo di Sidney Crosby e dei suoi Pittsburgh Penguins, è di nuovo gialla e oro in un’ondata di passione che da qui a ottobre sarà travolgente.

Poi sarà di nuovo Nhl, saranno di nuovo sogni e incubi per tutti, nello sport più bello del mondo e spesso anche il più “nascosto” tra gli sport americani, ma fidatevi, amate l’hockey perché ne vale realmente la pena.

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Pillole da Stanley Cup by Riccardo Platz

Su Facebook vive la “combricola” più grande del tifo italiano per i Pittsburgh Penguins, una delle folle menti presenti in questo gruppo ha deciso di incidere per iscritto questo pezzo, molto interessante quanto puro e veritiero di ciò che abbiamo vissuto in questa stagione sulla nostra pelle, dentro il nostro cuore e fra i nostri eccelsi cervelli: signori, per la prima volta in questo Blog ecco il punto di RICCARDO PIAZZA per gli amici “PLATZ”


Just play!

La Stanley Cup si è appena conclusa, i Penguins hanno vinto il loro quarto trofeo, il secondo successo dell’era Crosby, a 7 anni giusti di distanza dalla doppietta di Max Talbot in quella magica notte di Detroit.

Ma cosa è successo in questi 7 anni?

L’era Bylsma ha prodotto in realtà molto meno di quanto ci si aspettava, tra infortuni e serie buttate alle ortiche i Penguins si erano persi e non sono più riusciti a raggiungere le finali. Così, dopo un’incredibile rimonta concessa ai Rangers (da 3 a 1 alla sconfitta in gara 7 in semifinale di conference nella stagione 2013/14) in estate arrivò la decisione di cambiare rotta. Via Shero e Bylsma, dentro il GM Rutherford (campione già con Carolina nel lontano 2006) e coach Mike Johnston. Le cose sembrano andare per il meglio nella prima metà della stagione 2014/2015, pian piano però i Penguins sembrano dimenticare tutte le loro qualità e diventano una squadra lenta, prevedibile e perdente. Si riescono nonostante tutto a qualificare ai playoff, ma il loro cammino dura solo 5 gare, quando Hagelin all’overtime trafigge Fleury, di gran lunga MVP della squadra nella stagione e nella serie. Le critiche sono molto feroci e riguardano sia i giocatori, Crosby in primis, che Rutherford che Johnston.

In estate il primo a reagire è proprio il GM che mette a segno dei colpi da maestro: firma7449d7c0-403c-11e5-94a4-ff9c2bb2de41_CMEgREoWsAELdfs Cullen e Fehr per sistemare le checking lines, scambia Sutter con Bonino (da Vancouver) e soprattutto firma il “blockbuster” dell’estate, arriva infatti da Toronto uno sniper di razza, l’ala da affiancare a Sid e Geno, Phil Kessel, scambiandolo in una trade che meglio non poteva fare. I pinguini sono in ottobre, in virtù delle trade di Rutherford, tra le favorite sulla carta, ma qualcosa non funziona ancora. La Preseason è allarmante, l’inizio di stagione sconcertante. I Pens non riescono a vincere con continuità ma soprattutto non giocano, sono lenti e non riescono a far produrre i loro giocatori. Crosby sembra l’ombra di se stesso, Kessel è impalpabile, Bonino sembra un bidone, quasi nessun attaccante riesce a produrre.

Il 12 dicembre la decisione: esonerato Coach Johnston, arriva Mike Sullivan, che tanto bene stava facendo a Wilkes Barre/Scranton nel farm team dei Penguins. Sullivan vanta un’esperienza a Boston da Head Coach (Bergeron spende subito ottime parole su di lui) e poi da Assistant Coach di Tortorella e da Player Development Coach a Chicago nel 2015. Prende in mano i Pens in una situazione critica di 15W-10L-3OTL ma perde clamorosamente le prime 4 partite in maniera piuttosto netta. Gli occhi di alcuni esperti però cominciano a intravedere qualcosa di nuovo in Pittsburgh. La squadra sembra essere più reattiva, più veloce e più offensiva, comprensibilmente visto quanto talento ha li davanti! Pian piano tornano a produrre anche le star: la prima è Letang, al ritorno dall’ennesimo infortunio, seguito a ruota da Crosby che torna ad essere Sid the Kid. Il capitano chiuderà la stagione al terzo posto nella classifica marcatori, al primo posto se si considera il periodo da gennaio in poi. I Pens sono di nuovo una squadra che lotta: una statistica sconcertante sotto Johnston era quella che diceva che i suoi Penguins non erano mai riusciti a vincere quando perdevano dopo il secondo periodo. Con Sullivan i Pens lottano e ribaltano le partite, anche grazie a delle nuove magate di Rutherford.

Il GM fa una serie di capolavori scambiando uno degli eroi del 2009, Rob Scuderi, con Chicago per Trevor Daley e David Perron con Anaheim per il velocissimo Carl Hagelin, giustiziere dei Pens nel 2015. Rutherford porta a Pittsburgh prima della Trade Deadline anche Justin Schultz, talento mai del tutto espresso con gli Oilers.

Sullivan dichiara: “abbiamo grandi giocatori, dobbiamo imparare ad essere una grande squadra”, Pittsburgh finalmente sembra ascoltarlo nel momento più difficile.

Marzo 2016, i Pens hanno di fronte a se una serie interminabile di scontri diretti nella Metropolitan e sono in lotta di nuovo per una wild card. L’inizio del mese porta risultati altalenanti ma nella vittoria contro Columbus dell’11 marzo, una nuova tegola si scaglia sui Pens, l’infortunio di Malkin. Il coach sposta subito Bonino in seconda linea in mezzo ai velocissimi Hagelin e Kessel, mossa che si rivelerà fondamentale. Grazie anche alla HBK line, i Penguins chiudono marzo a 12-4-0, vincendo 14 delle ultime 16 partite e chiudendo al secondo posto nella Metropolitan, dietro solo ai vincitori del Presidents’ Trophy, gli Washington Capitals. Un’altra tegola nel frattempo si abbatte sui Pens, l’infortunio di Marc Andre Fleury. Il goalie, reduce da due gran stagioni, sembrava finalmente tornato determinante, ma non vedrà più il rink dal 30 marzo. I Pens così chiamano da WBS il promettente Matt Murray e cominciano a pensare che dovranno affrontare almeno la prima parte dei playoff proprio col giovane prospect. Nell’ultima partita di Regular Season però Murray si scontra con Read dei Philadelphia Flyers e lascia il campo a Zatkoff, sembra una maledizione!

Pittsburgh Penguins' Matt Cullen (7), celebrates with teammates Ben Lovejoy (12), Bryan Rust (17), and Tom Kuhnhackl (34) after he scored a goal during the third period of Game 3 of a first-round NHL playoff hockey series against the New York Rangers on Tuesday, April 19, 2016, in New York. The Penguins won 3-1. (AP Photo/Frank Franklin II)

Nel primo turno i Pens si trovano davanti i Rangers che per due volte consecutive li hanno eliminati dalla corsa al titolo. Nelle prime due partite gioca Zatkoff in porta (tra l’altro meravigliosamente in gara 1) e la serie è sull’1 a 1 quando ci si sposta a Manhattan. I Pens dominano la serie e si portano sul 3 a 1 grazie anche ad un Murray solidissimo e a prestazioni meravigliose da parte di tutti, dall’intramontabile Cullen ai giovani Rust e Sheary, dalla HBK line che continua a far male e Crosby, Malkin e Hornqvist (autore di un hat trick in gara 1). La serie è a senso unico, anche per un Lundqvist irriconoscibile, e i Pens la chiudono in gara 5 tra le mura amiche. La squadra di Sullivan sembra un treno inarrestabile, il coach sembra aver elevato il gioco di tutti i suoi ragazzi. Anche la difesa che sembrava il punto debole dei Penguins, produce prestazioni di livello, comandata da un incredibile Letang e da Daley, con giocatori come Lovejoy e Cole che non sembrano neanche parenti di quelli insicuri visti l’anno prima, unica nota negativa è un Maatta molto lento e insicuro.

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Di fronte a se però i Pens hanno un ostacolo durissimo, i fortissimi Capitals di Ovechkin, Oshie e Holtby. La serie parte male, con i Caps che all’overtime vanno sull’1 a 0. I Pens però continuano a giocare, Murray continua ad essere solido e grazie al GWG dell’ex Fehr, si portano sull’1 a 1 con la serie che si sposta a Pittsburgh. Gara 3 è il gioiello di Murray che compie 49 parate e ferma i Capitals che avevano surclassato i Pens. Gara 4 viene decisa da Patrik Hornqvist nell’overtime e da ai Pens 3 match point per eliminare dalla corsa al titolo Ovie e compagni. Il primo viene fallito a Washington e si torna a Pittsburgh per gara 6. La serie è bellissima e molto equilibrata, con entrambe i goalie in stato di grazie e gara 6 è da cardiopalma! Due reti di Kessel e una di Hagelin porta i Pens sul 3 a 0 ma una meraviglia di Oshie riapre il match in chiusura di secondo periodo. Il terzo è rocambolesco, con una serie di penalità subite per Delay of the game che permette a Washington di pareggiare e guadagnarsi l’overtime che però è a senso unico e dopo sei minuti di dominio giallo nero, la HBK line la vince con un’azione di forecheck meravigliosa, emblema dei Pens di Sullivan, chiusa da un rebound di Nick Bonino. Con un Crosby in ombra, è proprio la HBK line a risultare determinante nella serie. I tre giocatori portati da Rutherford mischiano l’incredibile velocità e tenacia di Hagelin, il talento offensivo di Kessel e le grandi doti difensive e da playmaker di Nick Bonino, di nuovo al top della forma dopo un inizio tremendo.

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Il prossimo ostacolo sono i Tampa Bay Lighting orfani del loro capitano Stamkos. Il match up è probabilmente il peggiore possibile per il team di Sullivan che sempre ha perso contro di loro in Regular Season. Gara 1 la vince Tampa che annulla subito il fattore campo ma perde il suo goalie, il finalista per il Vezina Trophy, Ben Bishop. I Pens tirano molto di più per tutta la serie ma i Bolts si dimostrano sempre letali in contropiede, anche grazie al talento cristallino di Drouin e a Vasilevskyi in stato di grazia. Gara 2 viene decisa all’overtime dal capitano Sidney Crosby, gara 3 invece vede di nuovo la HBK line brillare. I Bolts però non demordono e riportano la serie in parità dominando i primi 2 periodi di gara 4 e fermando la rimonta dei Penguins sul 4 a 3. Murray sembra essere meno sicuro del solito e si rivedrà nel terzo periodo Marc-Andre Fleury, assente dal 30 marzo. Sullivan decide di farlo partire per gara 5 a Pittsburgh ma la mossa non paga e un fortunoso gol di Johnson all’overtime porta meritatamente Tampa al comando. A questo punto i Pens si trovano per la prima volta spalle al muro, senza tutte le loro sicurezze, in primis quella del goalie che li aveva trascinati sin qui. Gara 6 però è un altro simbolo della forza mentale che Sullivan è riuscito a trasmettere. Torna a proporre Murray nel net e il suo team scende nel ghiaccio convinto che possa completare la rimonta: si porta sul 3 a 0 grazie alle sue star Kessel, Letang e Crosby, tiene l’exploit dell’ottimo Boyle e la chiude in contropiede con la velocità di Rust. Si va a Pittsburgh per una gara 7 quanto mai imprevedibile. I Pens sono più propositivi ma Tampa ha dimostrato di saper far male alla difesa dei giallo neri, in più la sfida dei goalie è nettamente a favore di Tampa nella serie, con Vasilevskyi in stato di grazie e i Pens di ritrovano senza uno dei loro uomini migliori in difesa, Daley, vittima di uno sfortunato infortunio alla caviglia. In gara 7 trova un nuovo eroe, l’ennesimo di questi playoff: Bryan Rust. Il 24enne mette a segno una doppietta che stende Tampa e riporta Pittsburgh in finale di Stanley Cup dopo 7 lunghissimi anni. Anche questo è un segno, il segno di una squadra che gioca a 4 linee anche in overtime, una squadra che ha in prima linea Sheary che fino a pochi mesi prima era in AHL e che ha un leader dentro e fuori dal campo in Matt Cullen, fuoriclasse eterno e punto di riferimento per tutti i giovani, probabilmente miglior giocatore per rapporto stipendio/prestazioni della lega.

Di fronte, nella serie decisiva, ci sono gli Squali di San Jose, alla loro prima apparizione in finale di Stanley Cup. Le stelle sono Couture, Pavelski e Burns che hanno trascinato a suon di punti la squadra ma anche i veterani Thornton e Marleau. Sullivan ha le idee molto chiare e si presenta con “i suoi”, con Crosby insieme a Hornqvist e Sheary in prima linea, Malkin con un rinato Kunitz e l’indiavolato Rust, la HBK line, la miglior terza linea della lega (è una terza linea??) e una quarta linea di lusso con Cullen insieme al preziosissimo Fehr e alla sorpresa Tom Kuhnhackl, giocatore tanto inaspettato quanto affidabile. In difesa senza Daley ci si affida a Letang insieme a Dumoulin, Lovejoy a dar sicurezza a Maatta che sembra esser tornato affidabile dopo un avvio di playoff deludente e Cole insieme a Schultz, davvero molto positivo soprattutto in fase difensiva, in porta fiducia a Murray. Il piano è tanto semplice quanto letale: aggredire gli Sharks con velocità e forecheck e nelle prime due gare funziona a meraviglia. Gara 1 viene aperta dai rookie Sheary e Rust e solo un grandissimo Jones permette agli Sharks di stare a galla. San Jose però torna in partita grazie a Hertl, Marleau e ad un Murray ancora impreciso ma Bonino sigla il 3 a 2 facendo esplodere di gioia il Consol Energy Center e pure il commentatore indiano. Gara 2 vede ancora i Penguins dominare nel gioco ma non nel risultato, con Braun che riesce a pareggiare nel terzo periodo grazie a un tiro che Murray non riesce a coprire. Nell’overtime c’è ancora una volta un unexpected hero, Conor Sheary. Lo “sniperino” che Sullivan aveva apprezzato a WBS manda un disco all’incrocio che Jones non può prendere, sigillando una gran giocata da face off di Crosby e Letang. Si va in California sul 2 a 0. Gara 3 è però segnata dai goalie. Jones fa una prestazione molto convincente mentre Murray non vede partire il tiro di Braun, cicca malamente il pareggio di Ward (dopo un brutto errore di Crosby e Letang) e lascia sguarnito il primo palo sulla conclusione di Donskoi che in overtime la chiude riaprendo la serie. E’ la seconda partita in stagione che i Penguins non vincono dopo aver chiuso in vantaggio il secondo periodo, ancora una volta all’overtime (la prima volta avvenne in gara 5 contro Tampa Bay). Murray però non ha mai perso due partite consecutivamente in questi playoff e in gara 4 mantiene questo piccolo record. La partita è a favore dei Penguins e viene decisa da un rimbalzo concluso bene da Cole, da Malkin in powerplay su invenzione di Kessel e viene chiusa da un bel gol di Fehr sull’ennesimo disco recuperato da Hagelin. I Pens hanno l’occasione di vincere finalmente la loro prima Stanley Cup tra le mura amiche, in una serie che è sembrata piuttosto a senso unico. Gara 5 però porta la firma di un monumentale Jones. Si apre subito con gli Sharks in vantaggio con Burns bravo a beffare Murray (ancora impreciso) sul primo palo e che poi raddoppiano subito con Couture su deviazione. La reazione dei Pens è veemente e porta ad una supremazia totale che porterà i gialloneri sul 2 a 2 con il CEC in delirio. I pali di Kunitz e Kessel ed un pazzesco Jones tengono la partita in parità ed in finale di primo periodo è Karlsson a sfruttare un’imprecisione di Murray e a portare avanti gli squali. Nel secondo e terzo periodo Pittsburgh si scontra contro un muro di nome Jones e Pavelski la chiude con il suo primo gol nella serie in empty net. Una serie che sembrava chiusa torna di colpo in bilico, di nuovo i Pens sembrano poter esser in difficoltà, questa volta per merito di un goalie talmente bravo da demoralizzare gli avversari. Si va in California per chiuderla, per evitare di giocare un’eventuale gara 7 contro un goalie che può vincere da solo la partita singola. La risposta della squadra di Sullivan è, ancora una volta, più che convincente. I Penguins hanno preso il carisma e la sicurezza del loro allenatore che è il faro di questo gruppo più che mai unito per l’obiettivo comune da centrare. I primi due periodi vedono i Pens avanti 2 a 1 ma ancora una volta Jones è meraviglioso nel tenere la sua squadra in contatto. Nel terzo però gli Sharks sembrano stremati e riescono a concludere solo 2 volte verso la porta difesa da Murray. Nel finale un altro episodio simbolico di questa stagione: Crosby difenfe a meraviglia e blocca il tiro di Burns con una delle tantissime giocate “silenziose” di questi suoi playoff e serve Hornqvist per l’empty netter che mette la parola fine alla finale. Verrà premiato Crosby con il suo primo Conn Smythe che premia più le prestazioni che le sue statistiche.

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La vittoria dei Penguins 2016 è però una vittoria di squadra, una squadra che ha saputo risollevarsi sotto la guida di un grandissimo coach, meraviglioso motivatore che ha saputo ridare fiducia ad un gruppo di ragazzi che sembrava sperduto.

Sullivan ha saputo metter tutti al servizio della squadra, con le star che lavoravano sporco in difesa e bloccavano una miriade di tiri, con la difesa che ha fatto della disciplina la sua arma migliore e con un mix fenomenale di esperienza dei veterani e freschezza dei rookie, una squadra dove il goalie titolare è diventato il primo tifoso della sua riserva ventiduenne che gli ha rubato il posto. Una squadra finalmente ritrovata, con delle basi solide e che con questo spirito può regalare alle sue superstar altri successi.

Riccardo Piazza “Platz”

ABBIAMO VINTO LA NOSTRA QUARTA STANLEY CUP!!!

“Nessun vincitore crede al caso”: Friedrich Nietzsche, filosofo e poeta tedesco, con una delle sue celebri frasi ci permette di raccontare ciò che esattamente 7 anni dopo sono riusciti a costruire i Pittsburgh Penguins, che nella notte italiana fra domenica e lunedì hanno conquistato la quarta Stanley Cup della loro storia, ancora una volta vincendo la gara decisiva in trasferta.

Sono passate 366 domeniche dall’ultima Stanley Cup, 2557 giorni in cui capitan Sidney Crosby ed il geniale Evgeni Malkin si sono ritrovati a dover costantemente soccombere nei momenti clou della stagione, portandosi sulle spalle la pesante zavorra di essere definiti come due fenomeni solamente quando il disco non scotta, ossia in Regular Season, e non trascinare la squadra nel periodo più importante della stagione, ossia ai playoff; non nascondiamo che qualcosa di vero ci sia in queste affermazioni, ma una catena di eventi ha permesso al #87 (che porta a casa anche il Conn Smythe Trophy, premio per essere stato selezionato come l’MVP di questi playoff) ed al #71 di prendersi una grandissima rivincita in questa stagione iniziata malissimo e conclusa dolcissimamente.

Trascinati dalla caparbietà in panchina del neo coach Mike Sullivan (arrivato a dicembre in sostituzione di Mike Johnston con Pittsburgh momentaneamente fuori da un posto playoff con sole 15 vittorie al fronte di 17 sconfitte) e dalle mosse azzeccatissime del General Manager Jim Rutherford (Carl Hagelin e Trevor Daley a metà stagione sono stati fondamentali per la rinascita dei Penguins) la formazione della Pennsylvania ha realizzato una delle più belle cavalcate degli ultimi anni, scavalcando ogni pronostico ed aggiudicandosi meritatamente il titolo di campioni.

La gara decisiva poteva essere gara 5, fra le mura amiche mai avevano vinto un titolo i Penguins e la città di Pittsburgh, grande affamata di sport, non viveva un evento simile dalla vittoria dei Pirates (MLB) nelle World Series del lontano 1960; San Jose ha chiuso in gola l’urlo del popolo oro-nero e sperava di potersi giocare le proprie chance di rimonta sfruttando il ghiaccio amico in gara 6, andiamo a raccontare brevemente cos’è accaduto.

GAME 6: Penguins @ Sharks 3-1 

PITTSBURGH WON STANLEY CUP FINAL 4-2

L’intro per questa gara 6 non è dei migliori: 2 giorni fa infatti muore ad 88 anni Mr.Hockey, Gordie Howe, ieri l’incredibile strage di Orlando dove un killer spietato entra in un locale armato fino ai denti uccidendo 50 persone e ferendone 53 prima di essere ucciso anch’egli dalla polizia; il minuto di silenzio prima dell’inno nazionale è triste, molto triste, ed un applauso al termine di esso ci avvicina alla partita senza dimenticare quanto accaduto.

Si parte: potrebbero essere gli ultimi 60 minuti della stagione NHL.

Pittsburgh preme subito sull’acceleratore dimostrando di aver digerito la sconfitta subita fra le mura amiche ma rischia grosso sul turnover concesso da Nick Bonino che concede una grandissima occasione a Matt Nieto di potersi prendere le luci del palcoscenico, ma sul suo slap shot Matt Murray chiude ogni spiraglio mantenendo il risultato a reti bianche.

Dopo 7 minuti e 50 ecco il primo “turning event” della partita: Zubrus sgambetta con la stecca Dumoulin e manda in powerplay la formazione ospite che concretizza immediatamente tale opportunità, il disco passa da Kunitz a Schultz, prima di partire dalla stecca di Brian Dumoulin, abile a fintare il tiro mandando a vuoto il tentativo di block da parte di Karlsson, ed a battere un Martin Jones stranamente poco reattivo. 1-0 Penguins e Stanley Cup che si avvicina.

Il primo periodo scorre piacevole con i Penguins assoluti padroni del ghiaccio con la consueta velocità che manda in confusione la formazione di casa così come accaduto praticamente per tutto l’arco della serie; a stoppare le avanzate di Pittsburgh però ci pensa come di consueto Martin Jones, il goalie di San Jose si è dimostrato un vero gladiatore alla difesa della propria gabbia, ed anche in quest’ultima occasione si mette in mostra piazzando almeno tre interventi devastanti nei primi 20 minuti di gioco sui tentativi di Crosby, Sheary e Kessel permettendo ai suoi di rimanere in partita.

Se nel primo periodo una sola squadra ha dimostrato la propria superiorità, nel secondo periodo San Jose mette sul ghiaccio tutto ciò che ha nel tentativo di ribaltare la situazione; la pressione ed il forecheck altissimo imposto da coach DeBoer inizia a dare i suoi frutti, mettendo alle strette la formazione ospite che però, nonostante l’assedio, ha due ghiottissime opportunità per portarsi sul 2-0, la prima con Nick Bonino sul cui tiro Jones riesce a metterci il gambale, la seconda con Bryan Rust che servito da un assist sontuoso di Malkin spreca tutto tirando addosso al portierone di San Jose anzichè tornare il disco al compagno posizionato meglio rispetto ad esso.

E così al sesto minuto di gioco ecco che arriva la punizione per Pittsburgh, dopo una grande pressione da parte degli Sharks la formazione ospite tenta il cambio di linea ma ciò che ne consegue è il goal di Logan Couture che approfitta dello spazio lasciatogli per avanzare e battere Murray con un tiro tanto rapido quanto preciso che si infila fra i gambali del goalie #30.

Il SAP Center di San Jose esplode, sperando nel clamoroso comeback riuscito solamente ai Toronto Maple Leafs nel lontanissimo 1942 ai danni dei Detroit Red Wings, purtroppo per la gente della California però passano solamente 79 secondi e la formazione ospite torna subito in vantaggio, dimostrando una volta per tutte che le paure passate sono state rinchiuse in un armadio che sperano di non riaprire mai più; il disco gestito ottimamente da Letang, Sheary e Crosby in zona offensiva finisce dietro la gabbia di Jones, il capitano dei Penguins è il più lesto a riconquistarlo, inventando l’assist per l’accorrente Kris Letang, che di prima scaglia un tiro che con ogni probabilità avrebbe cercato Hornqvist posizionato come al solito di fronte al net ma fortunosamente trova il blocker di Jones che anzichè respingere il tiro lo trascina alle proprie spalle.

2-1 Penguins e Sharks nuovamente a testa bassa alla ricerca del pareggio.

Ci prova Marleau, con un tiro simile a quello di Burns che in gara 5 aveva bucato dopo pochi secondi Murray, ma stavolta il goalie di Pittsburgh è attento e chiude lo spiraglio; ci prova capitan Joe Pavelski, ma questa non è la sua serie, non lo è mai stata, nemmeno il goal in empty net realizzato nella scorsa partita l’ha aiutato, a porta praticamente vuota colpisce a botta sicura, sembra il più facile dei suoi goal in questi playoff ed invece il disco sfiora il palo terminando clamorosamente fuori stoppando l’urlo di gioia di compagni, tifosi e chiunque altro segua gli squali, incredibile!

I Penguins difendono con ordine e ripartono appena possono, il due contro uno di Malkin e Kunitz è qualcosa di clamoroso, ma un passaggio di troppo non permette alla formazione di Sullivan di chiudere i conti lasciando il discorso aperto prima di arrivare agli ultimi 20 minuti di gioco.

Nel terzo ed ultimo periodo San Jose sembra aver terminato la benzina, ha dato tutto ciò che aveva nei primi 40 minuti di gioco, non sfruttando le numerose occasioni avute per riaprire gara e serie; Pittsburgh difende con ordine, blocca ogni tiro dalla distanza dei padroni di casa che anzichè impensierire Murray rischiano il k.o altre due volte in un tempo che passa via via sempre più veloce e con pochissime occasioni, la prima parte dalla stecca di Dumoulin (bella parata di Jones), la seconda arriva con uno scambio sontuoso fra Chris Kunitz e Phil Kessel, il cui tiro a colpo sicuro però viene neutralizzato dal gambale di uno strepitoso Martin Jones.

Una serie interminabile di offside ed icing permette numerosi faceoff nei restanti minuti di gioco, ed in questo settore Pittsburgh in gara 6 è stata davvero notevole, conquistandone nel 65% dei casi il possesso del disco; così ad 1 minuto e 2 secondi dal termine con San Jose alla ricerca del pareggio con l’uomo in più e la gabbia vuota ecco che ad immolarsi sul puck scagliato verso la porta di Murray da Vlasic è capitan Sidney Crosby che blocca il tiro, respira, vede libero Patric Hornqvist che si invola verso la porta sguarnita infilando il puck in rete facendo esplodere l’intera panchina dei Penguins, la città di Pittsburgh e tutti i tifosi sparsi nel mondo del team oro-nero.

La quarta Stanley Cup diventa realtà 62 secondi dopo; il suono della sirena di San Jose annuncia il termine della gara, della serie, della stagione 2015/16 ed i vincitori sono loro, ancora una volta in casacca bianca come tradizione sembra voler dimostrare, i Pittsburgh Penguins!!

E’ che la festa abbia inizio!

Pillole da Stanley Cup

 

  • Sidney Crosby come Joe Sakic: il capitano dei Penguins ha vinto come l’ex capitano dei Colorado Avalanche ogni cosa si possa vincere nel mondo dell’hockey su ghiaccio. Per il #87 la lista conta 2 Stanley Cup, 2 medaglie d’oro alle Olimpiadi con la casacca canadese, una medaglia d’oro ai mondiali, due Hart Ross Trophy ed ora il suo primo Conn Smythe Trophy.
  • Matthew Murray: il goalie selezionato come 83esima scelta al Draft del 2012 compie la grandissima impresa di approfittare dell’infortunio dello starter Marc Andre Fleury per realizzare una clamorosa scalata verso la Stanley Cup mettendo a segno 15 vittorie nelle 23 partite disputate da rookie e 6 vittorie su 6 a seguito di una sconfitta con una media di salvataggi pari al 92.3% ed una calma da veterano che mai si era vista in un portiere di soli 22 anni
  • Phil Kessel: è la prima Stanley Cup per Phil The Thrill Kessel, tanto criticato negli anni passati il #81 ex Toronto Maple Leafs si prende una meravigliosa rivincita in quel di Pittsburgh disputando dei playoff a livello straordinario totalizzando 22 punti (10 goal e 12 assist) nelle 24 presenze
  • Carl Hagelin e Nick Bonino: arrivati il primo a stagione in corso da Anaheim ed il secondo a seguito di uno scambio estivo da Vancouver hanno preso per mano la squadra assieme al sopracitato Phil Kessel formando una delle linee più letali di tutta la NHL, per il trio definito “HBK” ben 58 punti in 3 durante questi playoff
  • La difesa: arrivata a questi playoff come il reparto deficitario di Pittsburgh ha risposto alla grande con una disciplina sontuosa ed un sacrificio totale alla protezione del net con statistiche impressionanti riguardo i blocked shots
  • Pascal Dupuis: #doitforDuper è stato uno degli hashtag più usato in ogni social network da parte di ogni tifoso Penguins, alla fine i suoi compagni ce l’hanno fatta ed il #9 con un grande cuore malato costretto a ritirarsi durante l’arco della stagione regolare ha potuto realizzare nuovamente il sogno di poter alzare la Stanley Cup
  • I rookies: meritano una grande citazione i rookies che hanno generato una nuova linfa nelle linee abuliche di Pittsburgh sino al loro arrivo; parlo di Conor Sheary, Bryan Rust e Tom Kuhnhackl, 3 ragazzi terribili che, chi con la velocità, chi con la caparbietà ha permesso alla formazione oro-nera di poter sfruttare a pieno ognuna delle 4 linee offensive
  • Matt Cullen: il 39enne conquista la seconda Stanley Cup in carriera dopo una stagione sontuosa, a far da chioccia ai baldi giovani sopracitati lanciati nella mischia da coach Sullivan, che sia il caso di chiedergli un altro anno da Pinguino?
  • Mike Sullivan: per ultimo ma con un importanza forse ancora più determinante rispetto ad ogni “pillola da Stanley Cup” citata sin’ora arriva il nome di Mike Sullivan; l’Head Coach di Pittsburgh arrivato a metà dicembre con una squadra al totale sbando ha riportato entusiasmo in un gruppo quasi demotivato dall’hockey imposto da Johnston a tratti inguardabile, il 48enne statunitense ha portato con se i 3 gioiellini del farm team AHL dei Wilkes Barre Scranton ed ha pian piano assemblato le linee a suo piacimento facendo rendere ogni singolo elemento al massimo delle proprie capacità, non ultima la stratosferica disposizione tattica da parte della difesa che con la sua pressione altissima ha reso la vita difficile ad ogni team della Lega da quando su questa panchina si è seduto il tosto Mike.

La stagione è finita, i Pittsburgh Penguins sono campioni e per noi di PlayitUsa è davvero tutto, almeno per ora, mancano meno di 2 settimane infatti al Draft 2016 che consegnerà alla NHL ulteriori campioni futuri da ammirare, seguire e tifare!


BUCKLE UP BABY BECAUSE IT’S THE CUP!!

Jeff Zatkoff’s Blog Post Game 5

Ecco le emozioni raccontateci dal nostro goalie Jeff Zatkoff nel suo ormai puntuale ed interessante Blog.

“Le emozioni a Pittsburgh per gara 5 sono state incredibili. Sono abbastanza sicuro che metà della città stava giocando la nostra partita nelle loro teste durante l’arco della giornata lavorativa.

Come ho lasciato casa al mattino c’erano già persone fuori dall’Arena che tenevano i loro posti per guardare la partita sul grande schermo … che sarebbe iniziata fra più di 8 ore!!

E ‘stato detto più volte, ma non posso fare altro che continuare ad elogiare il sostegno che questa città ha fornito alla nostra squadra durante i playoff. Venite a vedere una partita a Pittsburgh e vedrete cosa intendo.
A questo punto, tutti i giornali, tifosi, giocatori ed allenatori hanno analizzato ed esaminato quanto successo in gara 5. A mio avviso tutto questo è totalmente inutile. Questa è la finale della Stanley Cup. Ci sono in competizione per il premio finale due grandissime squadre e sapevamo che sarebbe stata una serie dura, con la possibilità di vittorie a sorpresa. Quindi, piuttosto che sedersi qui e continuare a parlare delle statistiche di una gara conclusa, ho intenzione di passare alla previsione della prossima sfida.

Gara  6 sicuramente sarà un’altra battaglia. Le chiavi del successo restano invariate e sono comprese da tutti nello spogliatoio.

L’ultima partita ci ha lasciato ancora più motivati ad arrivare in California per chiudere la serie. Abbiamo questa possibilità Domenica e nessuno di noi vuole perderla.

Prima di lasciarvi oggi, c’è un sassolino che voglio togliermi dalla scarpa. Sembra come se nessuno della NHL mi stia prendendo sul serio come un blogger. Le mie credenziali di stampa devono ancora essermi date, tant’è che probabilmente anche per gara 6 dovrò accontentarmi di uno sgabuzzino nell’Arena di San Jose e non della tribuna, dove guarderò la partita con un ritardo di almeno 10 secondi, sinceramente non è una bella situazione per un membro della squadra che si sta giocando la Coppa.

Non preoccupatevi però, sono un vero professionista e prometto di non mollare ma di continuare nel mio lavoro!”

Jeff Zatkoff

SAN JONES, IL PORTIERE CHE BLOCCA LA NOSTRA FESTA

Da una parte ci sono 18.387 spettatori nell’arena locale e almeno altrettanti fuori pronti a esultare, dall’altra squadra con le spalle al muro, vincere per sopravvivere, per tornare un’ultima volta nella tana degli squali e chissà, rivedere il ghiaccio di Pittsburgh per gara 7, ecco gara 5 tra Penguins e Sharks, primo elimination game per i padroni di casa.

San Jose @ Pittsburgh gara 5 (1-3)

Le statistiche sono contro le gare vinte per decidere la Stanley Cup, la città di Pittsburgh non vince negli sport americani dal 1960 con una coppa in palio, le 3 coppe dell’hockey sono sempre arrivate in trasferta, a Minnesota con un 8-0, a Chicago con un 6-5 e Detroit nel 2009 con doppietta di Talbot nel 2-1.

cut (2)

Neanche il tempo di sistemare cuore ed emozioni che gli Sharks segnano, 1 minuto e 4 secondi, Brent Burns beffa Schultz e Murray che non copre il suo palo, San Jose che per la prima volta nella serie sono in vantaggio.

Squali che sono indemoniati, neanche 3 minuti di gioco, tiro di Braun e deviazione volante di Logan Couture, 2-0 e arena di casa ammutolita in un incredibile avvio.

Zubrus, uno dei due giocatori insieme a Jones ad aver giocato una finalissima di Stanley Cup, decide di riaprire la gara concedendo un power play ai Penguins. In superiorità numerica dentro tutta l’artiglieria, senza pensarci troppo Kessel mette un disco al centro per Malkin, il russo decide di usare il pattino di Braun come sponda e 2-1!

Non passa molto per l’ennesimo boato, arrivano gli HBK, tira Bonino devia Hagelin, 2-2 dopo appena 5:06 di gioco, qualcosa di assurdo e incredibilmente fantastico, uno spot per la Nhl da far vedere al mondo intero, con la linea di Pittsburgh che arriva ai 56 punti.

Ma non finisce qui con l’emozione, la bolgia della Consol Energy Center guida i Penguins all’assalto di  Martin Jones che risponde alla conclusione di Hagelin e Kessel che non trova il disco a porta quasi vuota, poi altro power play ai danni di Burns e nuova offensiva giallo oro, traversa di Kunitz e doppio palo di Kessel, primi segnali nefasti per i padroni di casa.

Tutto cambia quando mancano 5 minuti e 17 secondi, magia di Logan Couture per Melker Karlsson e Murray battuto per la terza volta in venti minuti, il coronamento di un periodo folle e anche divertentissimo.

cut (1)

Nessuno lo sa ma da quel momento il risultato cambierà solo per il gol di Pavelski a porta vuota, 4 reti di San Jose che non rendono merito alla mole di azioni di Pittsburgh che a fine gara conterà 46 tiri contro i 22 degli ospiti.

Nel mezzo Jones ferma Rust, Crosby e Hornqvist, chiudendo una serata con la delusione di un’intera città pronta a esplodere ma facendo proseguire la favola dei playoff Nhl, si ritorna in California domenica notte e chissà se si chiuderà tutto lì.

PROSSIMI APPUNTAMENTI

Pittsburgh @ San Jose 12 giugno gara 6

Jeff Zatkoff’s Blog post gara 4

Jeff Zatkoff, il nostro terzo portiere, sta scrivendo un blog che pubblica costantemente nel sito ufficiale dei Pittsburgh Penguins; ecco l’ultimo esposto tratto nell’immediato post gara 4 e post vittoria che ci porta ad 1 passo dalla Stanley Cup:

“Credo che tutti i tiri che ho lasciato segnare ad Eric Fehr su di me negli allenamenti abbiano finalmente dato i loro frutti! E ‘stato il momento decisivo per noi, grazie ad un grande passaggio di Carl Hagelin e con soli 2:02 restanti.

San Jose stava davvero spingendo forte, ma quel gol ci ha dato un po’ di respiro, necessario per vincere la partita.

E’ ovviamente stata una grande partita per noi. Sappiamo quanto sono buoni gli squali in casa ed abbiamo voluto venire via dal SAP Center con un divario, non incolmabile, ma importante. Non posso dire abbastanza su quanto bene stiano giocando i ragazzi.

E ‘ovviamente una grande vittoria per noi, ma sappiamo di avere ancora un sacco di lavoro da fare. Sono una grande squadra e vincere l’ultima partita di una serie è sempre la sfida più grande.

Noi non viaggiamo a casa dopo la partita. Abbiamo trascorso la notte a San Jose, in modo da non arrivare a casa alle 05:00 ET. Partendo il giorno dopo ci permette di ottenere un buon riposo notturno e di recuperare poi le ore di fuso orario che ci sono dalla California alla Pennsylvania durante il viaggio.

So che un sacco di ragazzi come farlo in questo modo, soprattutto Matt “QC” Cullen, dal momento che lui è un po ‘più grande. Ha 39 anni!

Noi lo chiamiamo “QC” o “Quirky Cully” perché ha un bel paio di stranezze che ha raccolto nel corso della sua carriera. Egli usa un’impugnatura da tennis sulla parte superiore della stecca. Immagino che questa stranezza spieghi il perché ha un rovescio simile a quello di Roger Federer.

Onestamente, però, Cully è stato notevole per noi in questa stagione. E ‘stato una roccia nella nostra lineup. Costantemente vince grandi faceoff, blocca tiri e segna qualche goal importante.

Vorrei avere 18 anni in questo momento, per fare tesoro di queste stranezze ed usarle poi nella mia carriera…ora invece dovrei giocare fino a 50 anni per metterle in uso e sinceramente non credo accada.

Sarà bello avere un giorno di riposo per ricaricarsi. Abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare!

A presto.”

Jeff

Malkin ci porta ad un passo dal Paradiso!!

“Odio perdere più di quanto ami vincere” è una frase tratta dal celebre film, uscito nelle sale cinematografiche nel 2011, “L’arte di vincere”; uno splendido Brad Pitt si immerge nel mondo del Baseball impersonando il General Manager degli Oakland Athletics, Billy Beane, in una storia realmente accaduta di cui non vi anticipo nulla consigliandovene solamente la visione.

Evgeni Malkin sembra essere lo stereotipo di uomo che impersona alla perfezione questa frase; quasi abulico durante gran parte di questa finale, il 29enne di Magnitogorsk si prende il palcoscenico proprio nel momento in cui San Jose avrebbe dovuto approfittare dei primi scricchiolii in casa Penguins a seguito della cocente sconfitta arrivata in gara 3 all’overtime con un goal nato proprio da una defezione difensiva del forte russo con il #71 sulle spalle che si lascia colpevolmente scappare il futuro marcatore Donskoi, che batterà con un tiro tanto preciso quanto beffardo un altrettanto colpevole Matthew Murray, reo confesso nel post partita di essersi abbassato troppo presto alla ricerca della copertura bassa della gabbia salvo poi farsi infilare nell’angolo alto.

Tutto questo rappresenta il passato, il possente centro di Pittsburgh durante le interviste del post gara confessa di non essere troppo frustrato dalle sue prestazioni, che se non segna come vorrebbe non è un problema, poichè il suo apporto a tutto campo aiuta in ogni caso la propria squadra; vero, ma quando hai sulla coscienza un goal sbagliato clamorosamente 4 minuti prima della rete decisiva qualcosa di negativo dovrebbe comunque passarti per l’anticamera del cervello.

Non è il caso di Malkin. Non è il caso di Murray, imbattuto la gara seguente ad ogni sconfitta in questi playoff.

GAME 4: Penguins @ Sharks 3-1 (Pittsburgh lead series 3-1)

Ad aumentare i decibel del SAP Center di San Jose ci pensano subito James Hetfield e Kirk Hammett, frontman e lead guitar dei Metallica, grandissimi fan degli Sharks, che mandano in visibilio il pubblico di casa con una versione musicale eccezionale dell’inno Statunitense.

San Jose spera di iniziare in maniera rock questa gara 4 ma deve fare i conti con la difesa ottimamente piazzata di Pittsburgh che nei primi minuti di gioco respinge gli assalti degli squali con i canonici block ad ogni tiro tentato dalla blu da Burns & co. e muovendosi bene alla balaustra, oltre a tre ottime risposte del goalie Murray su Pavelski, Thornton e Burns; ciò che ne consegue è che al primo rallentamento da parte dei padroni di casa la velocità del team di Sullivan mette immediatamente a dura prova Jones. 

Rust scippa un disco in zona offensiva e serve un cioccolatino all’accorrente Dumoulin il quale però si fa ipnotizzare da Jones che con un pezzo di spalla e una buona dose di fortuna riesce a mantenere la sua porta inviolata alla prima reale opportunità concessa dai suoi compagni ai Penguins; ma la spia rossa nella macchina pilotata dalla panchina da coach DeBoer si accende subito, Malkin si vede arrivare addosso 3 uomini, niente paura, il #71 ha spalle larghe e serve il puck a Phil The Thrill Kessel che senza pensarci troppo lascia partire il più classico dei tiri “da rebound”, Jones respinge anche bene, lateralmente, sfortunatamente per lui la zona destra del ghiaccio viene ignorata da ogni elemento in casacca verde che scelleratamente stavano compiendo un cambio di linea assai rivedibile, Ian Cole (ancora a secco di goal in questi playoffs) colpisce di prima senza lasciare scampo al goalie che deve inchinarsi di fronte alla velocità dei frombolieri di Pittsburgh, primo goal per Cole, primo punto in questa serie per il tanto criticato Malkin.

1-0 dopo soli 7 minuti e 36 secondi di gioco e Penguins che ancora una volta passano in vantaggio; l’ultima partita in cui Pittsburgh andò sotto nel punteggio fu gara 4 delle Conference Final quando Tampa Bay riuscì ad infilare per prima il puck in rete, stiamo parlando di un avvenimento che non accade da 435 minuti e 56 secondi di gioco!

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Festeggiano i Penguins, a passare in vantaggio per primi ancora una volta sono loro

Il primo periodo scorre piacevole, ma senza grandissimi pericoli per entrambi i portieri nonostante le due squadre debbano difendersi in situazioni di inferiorità numerica che però non portano a nulla.

Il secondo periodo invece presenta quasi subito una ghiotta opportunità alla formazione ospite: Melker Karlsson compie un interferenza vistosa su Eric Fehr e permette alla squadra di Sullivan di giocarsi il secondo powerplay di serata; la statistica in questa Finale di Stanley Cup appare impietosa sugli schermi delle televisioni di tutto il mondo, un 0/7 molto negativo per Pittsburgh che non fa nemmeno tempo a scomparire per venire immediatamente smentita, Letang e Kessel si scambiano un paio di volte il disco, il #81 guarda la porta, nota alla sinistra di essa il perfetto posizionamento da “tap in” del compagno Evgeni Malkin, scaglia un tiro che sa di passaggio che il russo devia facendo carambolare il puck alle spalle di un incolpevole Jones.

E’ 2-0 Pittsburgh e la botta si fa sentire.

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Finalmente Geno! Tap in facile facile di fronte la gabbia e 2-0 Pittsburgh su assist delizioso di Kessel; loro due sono stati i trascinatori dei Penguins in questa dura gara 4

Passano pochi secondi ed ancora Kessel serve un assist al bacio per Justin Schultz anch’egli ancora a secco in questi playoff, ma il #4 dei Penguins non è ancora pronto per tale avvenimento e scarica il suo tiro sul palo alla destra di Jones; San Jose sembra un pugile messo all’angolo dal suo avversario, altra ripartenza, questa volta a far male ci prova la quarta linea con Tom Kuhnhackl che si invola verso la porta, sfrutta lo screen di un difensore per scagliare un gran tiro che colpisce nuovamente quello stesso identico cm di porta difeso fortunosamente da Jones, palo, clamoroso, e Sharks che quando l’arbitro sta per battere il decimo colpo di mano al tappeto riescono a levarsi di dosso il nemico, rialzandosi!

Pittsburgh non ammazza la partita e basterebbe poco per riaccendere la fiaccola di speranza per San Jose, ci prova Tierney ma anch’egli è sfortunatissimo, il suo tiro preciso batte Murray ancora una volta baciato dalla fortuna, traversa piena e risultato che rimane sul 2-0 sino al termine del periodo, nonostante un’opportunità di powerplay fallita dal team di DeBoer ed una clamorosa occasione capitata sulla stecca di Logan Couture, dopo una scellerata uscita di zona mancata da Letang (forse per colpa di un ghiaccio assai difficile come quello della California), il cui tiro che sarebbe terminato in rete viene parato con la spalla destra da un sontuoso Murray. 

Si rientra per gli ultimi 20 minuti di gioco con una squadra disposta al totale sacrificio, Pittsburgh, ed una con la bava alla bocca alla ricerca disperata di quel goal che riaprirebbe discorsi mai presi realmente in considerazione dopo aver disputato più della metà dei minuti di gara.

E’ un assedio di San Jose che bombarda sin da subito la gabbia difesa ottimamente da Matt Murray, il quale sembra un veterano per come risponde sempre presente ogni qualvolta venga messo sotto pressione.

Pavelski per ben 2 volte va vicinissimo al goal, ma il #30 dice di no al capitano di San Jose che rimane così ancora una volta a bocca asciutta.

A riaprire il match ci pensa un sciagurato turnover dell’altro capitano di franchigia, Sidney Crosby, parso sottotono in queste ultime due partite, scaglia un disco che avrebbe potuto tranquillamente controllare dalla parte sinistra alla parte destra del ghiaccio, non tenendo conto della pressione altissima da parte dei terzini di San Jose che recuperano tale disco prima che esso esca dalla zona offensiva, Polak e Dillon si prendono una piccola rivincita per quanto combinato in gara 2, scambiano bene il puck prima di scagliarlo verso la porta difesa da Murray, ennesimo block della difesa di Pittsburgh, ma ancora Crosby si dimentica di marcare il proprio uomo, Melker Karlsson che cadendo sul ghiaccio colpisce con tutta la sua forza il puck facendolo terminare alle spalle del goalie dei Penguins che dopo numerosi tentativi deve soccombere, riportando in vita i padroni di casa.

Ci provano gli Sharks, ma questa volta però Pittsburgh non commette alcun errore in zona difensiva ed appena può prova a chiudere la gara; non ci riesce Matt Cullen sul cui tiro Jones compie mezzo miracolo, ci riesce invece Eric Fehr che lanciato ottimamente da Carl Hagelin ha tutto il tempo di mirare e colpire a botta sicura il puck facendolo terminare all’incrocio dei pali e consentendo in questo modo alla sua squadra di poter vincere per la prima volta nella storia la Stanley Cup di fronte al pubblico amico: le altre tre volte infatti sono state conquistate in terra nemica, nel 1991 in Minnesota, nel 1992 a Chicago e nel 2009 a Detroit.

Sidney Crosby ai microfoni subito dopo il termine della gara ricorda come “sia stato importante partire bene; il goal ci ha dato grande fiducia, rilassandoci e giocando come sappiamo fare; l’apporto di Kessel e Malkin è stato straordinario quest’oggi, ci hanno regalato una grande opportunità che cercheremo in ogni modo di coglierla.

Il Consol Energy Center di Pittsburgh è già caldo per giovedì.

La Stanley Cup che quest’oggi era stata mostrata alla gente della California, sarà presente nell’Arena con la possibilità di vederla alzata dal capitano meno amato dalla gente fra i 30 totali della NHL con il #87 sulle spalle di fronte al pubblico di casa che invece lo ama e lo idolatra ogni qualvolta tocchi il disco.

Sarà Pittsburgh contro San Jose ancora una volta, la più importante, la più scottante, la più entusiasmante, la più determinante.


#atelalineaFrancesco


BUCKLE UP BABY BECAUSE IT’S THE CUP!!