Ode a Fleury, il leader silenzioso saluta i Penguins

Lo sai cos’è il Coraggio, uomo? Il Coraggio è la Paura che ha cominciato a credere in se stessa.

Non sarà mai uomo copertina, non verrà ricordato per premi individuali che non ha vinto, non sarà colui che solleva Stanley Cup ma lui è ciò che tutti vorrebbero in squadra, un leader silenzioso, un mentore, uno capace di tutto, nel bene o nel male, lui è semplicemente Marc Andre Fleury.

La vita non premia il più forte, ma il più tenace.

E’ difficile trovare le parole esatte per definire Marc-Andre Fleury. Non le troviamo, ma cerchiamo di capire chi è Flower e perché il suo addio a Pittsburgh, lascia un enorme velo di tristezza.

“Con quella faccia un po’così Quell’espressione un po’così” cantava Paolo Conte…

I più romantici l’hanno sognato sul ghiaccio, un’ultima volta con quella maglia, la stessa che ha difeso per 691 volte e che come ultimo saluto ha la data del 17 maggio 2017.

Quel giorno Fleury versione “disastro” prende 4 gol in 9 tiri dagli Ottawa Senators con Mike Sullivan che rispolvera dalla panchina Matt Murray, stessa storia della gloriosa cavalcata 2015/16, a causa di una commozione cerebrale che si presenta al portiere e lo ferma dopo un’ottima regular season.

E’ sempre la stessa storia ingrata per un portiere Nhl, un ruolo dove se sbagli approccio e prendi gol vieni spedito in panchina, come la peggiore delle umiliazioni.

Eppure Fleury è differente dagli altri.

Non è Lundqvist, non è Price, né Hasek o Brodeur, ma ha qualcosa che lo rende unico e speciale.

Faccia da pinguino

Marc-Andre nasce il 28 novembre 1984 in Quebec, come un certo Mario Lemieux che di Pittsburgh è il Dio. Gioca nelle leghe minori canadesi alternando buone stagioni ad annate in cui non ne azzecca una, ma nel 2002/03 fa anche parte del Team Canada che arriva all’argento ai campionati juniores.

Il suo è uno stile molto atletico, quasi da cavallino imbizzarrito che non riesce a star fermo nella sua gabbia.

Gli Dei dell’hockey lo lanciano nel draft 2003, quando è la prima scelta assoluta (PRIMA ASSOLUTA, DA SOTTOLINEARE) in un sorteggio dove Flower anticipa Eric Staal, Nathan Horton ma anche Vanek, Michalek, Suter, Phaneuf, Brown, Seabrook, Parise, Getzlaf, Burns (fresco del trofeo come miglior difensore), Kesler, Weber, Crawford fino ad arrivare al settimo giro con Pavelski e successivamente due turni dopo Byfuglien e Halak, insomma tantissimi ottimi prospetti cui il numero 29 guardava dall’alto in basso della classifica.

Pittsburgh che trova Fleury è un’accozzaglia di squadra, un mappazzone direbbe Bruno Barbieri di Masterchef che concede una media di 30 tiri in porta e vede le ultime annate del numero 66.

L’impatto di Fleury con la Nhl è “discreto”, debutta a 18 anni e ferma ben 46 tiri in porta contro i Kings, in una sconfitta per 3-0 con tanto di rigore neutralizzato.

Nessun sogno playoff, ma primo shutout contro Chicago e concorrenza poverissima di Aubin e Caron, che fa calare l’intensità e la media di Fleury che chiude l’anno nelle minor.

La stagione successiva non si gioca a causa del lockout, si riprende nel 2005/06 e Fleury dà il benvenuto nella città dell’acciaio a due ragazzini, Sidney Crosby ed Evgeni Malkin, con il portiere che sostituisce Thibault per infortunio senza però giocar troppe volte.

La prima da titolare inamovibile è la stagione 2006/2007, nonostante una difesa “allegra” Fleury si esibisce in parate da indemoniato, un’anguilla che non riesce a tenere a bada il corpo. Vince 40 partite eguagliando Tom Barrasso e finalmente assapora i playoff, finiti dopo 5 gare contro i Senators, squadra che sarà anche l’ultima a vederlo sul ghiaccio con la casacca dei pinguini.

Stanley Cup, prima o poi sei mia

I giovani Penguins sono pronti all’esaltazione, la stagione 2007/08 parte per Fleury con un infortunio alla caviglia e la concorrenza di Ty Conklin. Cambia anche livrea alla sua attrezzatura e diventa più colorato, con Pittsburgh che vince l’Atlantic division grazie alle prodezze di Crosby e Marian Hossa, oltre alla classe di Malkin.

La finale con i Red Wings riassume quello che è Fleury, strepitoso nel parare 55 tiri su 58 in una gara 5 chiusa al supplementare grazie al gol di Sykora e poi sconfitto nella decisiva sesta gara quando Zetterberg tira, il disco gli passa sotto le gambe, con Fleury che lo rallenta ma che poi ci si siede sopra per una clamorosa autogol.

Aver sfiorato la Stanley è uno smacco troppo grande, Pittsburgh ci riprova l’anno successivo, perde Hossa che si accasa proprio a Detroit, trova Bill Guerin e un giovanotto di nome Chris Kunitz, sfida Philadelphia nei playoff e Fleury ne diventa un incubo, con parate su Jeff Carter, 43 salvataggi in gara 4 e rimontando poi in gara 6 un deficit di 3-0 diventato 5-3 con dito indice di Talbot a zittire i tifosi in una partita memorabile.

Lo scoglio successivo, indovinate un pochino, si chiama Alexander Ovechkin.

Servono 7 gare ma soprattutto i miracoli del giovane fiorellino contro il russo, una cosa che si vedrà anche anni dopo, prima di spazzar via gli Hurricanes in quattro gare.

Manca la ciliegina, la rivincita con i Red Wings, con altre sette gare dove c’è il dominio di chi gioca in casa, con tanto di 5-0 rifilato dalle Ali Rosse in gara 5.

Manca 1.5 secondi alla fine di una gara 7 che Pittsburgh conduce 2-1 grazie alla doppietta di Talbot, anzi, riavvolgiamo il nastro ai 6 secondi finali, faceoff di Zetterberg, tiro, parata, rimbalzo su Lidstrom che è una sentenza al 99,9%, tutti chiudono gli occhi, il disco s’infrange su Fleury, poi si allontana, arriva la sirena finale, il numero 29 salta, i Penguins hanno vinto la Stanley Cup.

Paperino

Nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci,
l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei
un vincente!

Quando i Penguins sembrano pronti all’egemonia qualcosa si rompe nell’incantesimo vincente. Bylsma, coach che prende il posto di Therrien a metà stagione che culmina nella coppa, lancia i suoi a ottime regular season e postseason disastrose.

Fleury non ripete più i grandi numeri dei playoff 2009 andando sempre sotto lo 0.900, venendo eliminato dai Canadiens in sette gare nelle semifinali di conference con 4 gol presi in 13 tiri nella stagione successiva.

Dodici mesi più tardi è Tampa a far festa quando sotto 3-1 nella serie reagisce e vince 1-0 gara sette nella nuova arena dei Pinguini.

Peggio ancora accade nel 2012 quando i Penguins vengono eliminati dai Flyers e Fleury subisce 26 gol in 6 partite, in appena 157 tiri, preludio al disastro del 2014 quando gli Islanders lo umiliano facendogli perdere il posto da titolare a favore di Vokoun.

Cose a metà

Ci vuole un cuore enorme per rialzarsi ogni volta. Eppure, chi lo ha vicino, assicura che Fleury sia sempre sorridente e abbia una buona parola per tutti. Le critiche per chi gli preferisce Thomas, Lundqvist, Quick, Halak o Rinne non lo stravolgono più di tanto, lui che ha un labbro che lo fa somigliare ad un pinguino e una faccia non proprio cattiva.

Le cose a metà arrivano nella stagione 2015/16 quando finalmente è un Fleury concentrato, sicuro e vincente. Troppo bello per essere vero infatti sul più bello una commozione cerebrale lo manda ko, con Mike Sullivan, appena diventato coach dai Wilkes Barre che si ricorda di avere tra le fila giovanili un ragazzino di nome Matt Murray.

Fleury ha sì vinto 35 partite su 58 ma sul più bello manca di sicurezza, gioca solo due partite con Tampa Bay che vince 4-3 ai supplementari di gara 5 e i media che iniziano un tam tam sulla sostituzione.

“Fai tu, pensaci tu, ti ho insegnato tutto, vai e vinci”

Da gara 6 gioca Matt Murray, una sorta di cugino Gastone per Paperino, poiché il giovane portiere conduce Pittsburgh alla Stanley Cup numero 4 contro San Jose.

Per Paperin Fleury si apre la stagione 2016/17 col dubbio che la nuova squadra Nhl, i Las Vegas Golden Knights possano accaparrarselo nel roster a seguito delle scelte obbligatorie per gli ultimi arrivati.

Inizia subito il ballottaggio per chi dovrà essere il portiere da non proteggere sul contratto, con l’età che parla chiaro, 33 anni Fleury, 22 Matt “Gastone” Murray.

Fleury potrebbe già andar via a febbraio ma decide di restare con i Penguins, ci son cose da finire, o meglio, altri ricordi da lasciare.

Sembra una favola quando Murray si fa male nella gara 1 di playoff contro i temibili Blue Jackets.

Dalla panca si alza lui, viso di uno che si è appena svegliato, maschera indossata e gabbia chiusa. “La rinascita del Fiore” avviene in quel preciso istante, Fleury si prende gli applausi delle prime due gare interne, con 39 parate su 40 tiri in gara 2 e un biglietto da visita che recita così: “Sono Fleury e oggi non si passa”.

A Columbus altra gara storica, è 4-4 quando Dubinsky ha la possibilità del gol d’oro, il disco però viene parato da Fleury di testa, preludio al gol di Guentzel che chiude la terza disputa.

I Blue Jackets sono eliminati in cinque gare, con 49 parate di Fleury nella decisiva disputa, col nuovo scoglio, ancora Alexander Ovechkin e i super Capitals.

Tra gli incubi dello Zar russo esistono due persone, una è Crosby che solleva le Stanley Cup, l’altra è Fleury che con lo sguardo che si ritrova non incute timore ma alla fine vince.

Quello che il portiere compie contro Washington è il regalo più bello per un giocatore alla marcia d’addio, blocca tutti gli attacchi, fa parate incredibili (una col bastone su Ovie è da Oscar), mantiene le sue cinque o sei cavolate a serie ma alla fine ne esce sorridente, una sorta di reincarnazione di Dominik Hasek.

29 parate nel 2-0 decisivo, lo shutout contro Ovechkin che sa di leggenda, il prossimo passo è contro i Senators, con Murray che osserva dalla panchina.

Standing Flo-Ovation

Sapete perché Paperino è tanto amato? Perché quando sembra arrivare al successo qualcosa gli fa perdere tutto, è sfortuna o solo un destino che lo rende speciale.

Con i Senators per i Penguins non dovrebbero avere problemi, invece le scorie della battaglia con Washington si fanno quasi insostenibili in una squadra che fa i conti con cerotti e infermieria.

Bobby Ryan colpisce Pittsburgh nell’overtime di gara 1, ma Fleury non demorde, chiude la porta in gara 2 e si prende l’ennesimo shutout della carriera.

Sembra una favola.

Non lo è.

Gara 3 è in Canada, passano appena 48 secondi che Hoffman tira, puck che sbatte su Fleury e s’insacca, Paperino is back.

Passano solo 13 minuti di gioco e Ottawa tira nove volte in tutto, con ben 4 gol rifilati a Marc-Andre Fleury, così dalla panchina, irreparabilmente, si alza Matt Murray che s’infila la maschera e non la lascerà mai più, anzi, la solleverà solo dopo gara 6 e la quinta Stanley Cup vinta da Pittsburgh, alla fine è così, ha vinto Gastone.

Solo la luce che uno accende a se stesso, risplende in seguito anche per gli altri

Quando arriva la sirena finale c’è festa, tripudio, ma di botto anche un leggero velo di tristezza. Le grandi prestazioni di Murray sanciscono la fine dell’avventura che per 14 anni ha legato Fleury ai Penguins.

Ma Fleury è un’immensa persona e i tanti detrattori se ne accorgono al momento dei saluti, quando la coppa passa per le sue mani finisce poi, per volontà del goalie, su quelle di Matt Murray, perché alla fine, i baci e le carezze se le prende Paperino, anche alla faccia del fortunato (ma anche bravissimo) giovane portiere.

Murray arriva alle lacrime per il gesto di Fleury e questo ne sancisce la leggenda del 29. In un film di football, il quarterback per incitare i compagni dice: “Le ferite guariscono, le donne amano le cicatrici, la gloria dura per sempre”.

Pochi giorni più tardi, dopo che Fleury insieme alla moglie regala un parco giochi ai bimbi di Pittsburgh come ringraziamento per il trattamento ricevuto in tanti anni, riceve l’annuncio dei Golden Knights, la sua nuova maglia ha un colore diverso, l’avventura sarà tutta diversa, lo sguardo e gli applausi che arriveranno alla prima contro i Penguins saranno invece gli stessi di gara 6 con i Predators, una standing ovation con scintille, anzi, trattandosi del buon Marc Andre, una standing ovation con fiori.

Grazie mille per i ricordi portiere tanto odiato, poi amato e ora visto con nostalgia, Fleury, sei stato il miglior goalie della storia dei Penguins.

Da chi te ne ha dette tante.

#mercìFleury

“Un giorno racconterò di Marc-Andre Fleury, arrivato a Pittsburgh come una persona qualsiasi, andato via come leggenda” Grazie Flower

 

 

La marcia dei Pinguini

“Considero più valoroso colui che sopraffà i propri desideri che non colui che conquista i propri nemici; perché la vittoria più dura è contro se stessi.”

Con una citazione di Aristotele, che con Platone e Socrate è considerato uno dei padri del pensiero filosofico occidentale, apriamo la nostra ampia pagina dedicata alla straordinaria impresa compiuta dai Pittsburgh Penguins, capaci di conquistare per due stagioni consecutive il titolo di campioni NHL, cosa mai riuscita a nessuna franchigia nella recente “era del Salary Cap”.

L’ultima formazione a vincere due Stanley Cup una dopo l’altra furono i Detroit Red Wings, che, guidati da Coach Scotty Bowman e capitanati da Steve Yzerman, fra il 1997 ed il 1998 si sbarazzarono agevolmente (sweep) in finale di Philadelphia Flyers e Washington Capitals, perdendo inoltre solamente 10 partite (su 42!) durante le cavalcate in quelle due post season strabilianti.

Foto di gruppo con le due Stanley Cup conquistate consecutivamente dai Detroit Red Wings nel 1997 e nel 1998 “sweeppando” in finale Flyers e Capitals

Quella squadra, composta da giocatori del calibro di Yzerman, Shanahan, Fedorov, Kozlov, Holmstrom, Lidstrom, Lapointe ed il forte goalie Osgood, era nettamente superiore a qualsiasi altra franchigia NHL ed il back to back era ampiamente alla loro portata; una formazione che nella “hockeytown” centrò successivamente un’altra Stanley Cup nel 2002 annichilendo i Carolina Hurricanes in finale con un perentorio 4-1.

Alla portata erano anche le possibilità di doppietta per i Pittsburgh Penguins che, ammettiamolo, hanno in rosa i due migliori centri in assoluto della NHL, ossia capitan Sidney Crosby ed il russo Evgeni Malkin, un cecchino infallibile come Phil Kessel, un difensore di livello mondiale come Kris Letang ed una coppia di portieri che di fatto è stata l’arma in più della franchigia oro-nera, Marc Andre Fleury e Matt Murray, che si sono rivelati decisivi durante gli ultimi playoff.

Il General Manager di Pittsburgh Jim Rutherford e l’Head Coach Mike Sullivan alla parata svoltasi in città dopo la conquista nella passata stagione della quarta Stanley Cup dissero ai microfoni, di fronte a 400.000 persone in festa, “proveremo ad essere di nuovo qui l’anno prossimo, statene certi, ci proveremo”, bene, mercoledì si è svolta la seconda parata consecutiva in città, questa volta di fronte a circa 650.000 tifosi.


La Regular Season, l’esplosione di Guentzel, i continui infortuni ed il Maurice “Rocket” Richard Trophy conquistato dal Capitano

Ma andiamo con ordine, partendo proprio dall’estate del 2016: migliorarsi dopo aver accarezzato la gloria, non sedersi sugli allori e trovare nuovamente stimoli per ripetere ciò che si è appena conquistato, queste erano senza dubbio le situazioni più difficili da combattere per Coach Mike Sullivan ed i suoi ragazzi; se è vero che non si è mai stufi di vincere è altrettanto vero che in alcuni momenti della stagione la fame di qualche altra formazione possa risultare maggiore rispetto alla tua, specialmente se hai vinto qualcosa di importante poco tempo fa.

Justin Schultz svolgerà numerosi allenamenti con Sergei Gonchar per migliorare il suo rendimento in zona offensiva, coach Sullivan infatti pretende dal difensore un aiuto dalla blue line per migliorare il powerplay della sua squadra

Dal roster che conquistò la Stanley Cup battendo i San Jose Sharks in 6 gare a giugno, ai nastri di partenza ad ottobre mancano solamente 2 giocatori, Ben Lovejoy e Beau Bennett finiti entrambi a New Jersey, mentre il contratto in scadenza di Justin Schultz viene rinnovato brillantemente dal GM Rutherford per una stagione ad un solo milione di dollari d’ingaggio, un piccolo capolavoro, diciamolo.

Inoltre, dopo i numerosi pensieri riguardanti ad un possibile ritiro, il veterano Matt Cullen firma per un’altra stagione (ufficialmente l’ultima?) rendendo disponibile tutta la sua esperienza alla ricerca di conquistare la terza Stanley Cup della sua carriera.

L’inizio di stagione non promette benissimo, a capitan Sidney Crosby, di rientro dalla World Cup of Hockey conquistata con il suo Canada, viene diagnosticata l’ennesima concussion della sua carriera ed il suo rientro nel ghiaccio ritarda; dopo sei gare di assenza però fortunatamente i sintomi da commozione cerebrale scompaiono ed il #87 viene definito abile al rientro in gioco. L’esordio stagionale sarà bagnato da un goal contro i Florida Panthers in una gara che Pittsburgh vincerà 3-2.

Sono dei Penguins pimpanti e sicuri dei propri mezzi quelli di inizio stagione che nonostante qualche sciocchezza di troppo del reparto difensivo si mantengono stabilmente nelle prime tre piazze della Metropolitan Division, guidata a sorpresa dai Columbus Blue Jackets di John Tortorella.

Dicembre risulterà il mese migliore della Regular Season, nello stesso mese infatti arriveranno le roboanti vittorie per 6-2 contro Dallas, 5-3 contro Detroit, 8-5 contro Ottawa, 5-1 contro Florida, 7-0 contro Arizona e 7-1 contro i Rangers facendo diventare i Penguins la formazione che realizza più goal dell’intera lega.

Nonostante la streak di vittorie però in NHL e soprattutto nella medesima Division di Pittsburgh c’è chi sta facendo clamorosamente meglio, i Blue Jackets piazzano 17 vittorie consecutive e volano sorprendentemente in vetta dell’intera NHL, dimostrando di non essere una meteora ed umiliando fra le mura amiche i Penguins con un nettissimo 7-1 il 22 dicembre.

Fra gennaio e febbraio nella Metropolitan Division si assiste alla rinascita dei Washington Capitals ed al crollo dei New York Rangers, partiti anch’essi a razzo come Columbus (che crollerà successivamente), mentre Pittsburgh, alle prese con la costante situazione nera riguardante gli infortuni si mantiene, nonostante tutto, stabilmente ai vertici della classifica trascinata dalla vena realizzativa di Conor Sheary, piazzato in pianta stabile al fianco di Sidney Crosby nella prima linea d’attacco.

Ron Hainsey affronta Crosby con la casacca degli Hurricanes; per il 36enne statunitense la grande occasione di una vita, dopo 907 gare in NHL finalmente potrà disputare la post season

Alla Trade Deadline per combattere tale sfortuna vengono acquistati due difensori veterani: Ron Hainsey da Carolina e Mark Streit da Philadelphia; durante la Regular Season infatti, solamente Phil Kessel disputa tutte le gare, mentre Ian Cole e Justin Schultz saranno i giocatori più impiegati nella zona arretrata, il primo con 81 presenze, il secondo con 78.

La situazione infortuni peggiora quando prima Sheary, poi Daley e Letang sono costretti a saltare numerose partite, infine anche Malkin sarà costretto a saltare il termine della stagione regolare per motivi fisici, ma a quel punto la qualificazione per la post season era già avvenuta.

Per Kris Letang purtroppo l’operazione chirurgica risulterà necessaria e come un fulmine a ciel sereno dalle speranze di rientro in ottica playoff ecco che il miglior difensore nel roster di Pittsburgh è costretto a gettare la spugna arrendendosi all’ernia cervicale che lo teneva fuori da un paio di mesi rimandando il ritorno sul ghiaccio all’inizio della prossima stagione.

E’ un boccone amaro da masticare per i Penguins, specialmente per chi sperava di poter ripetere la cavalcata effettuata la passata stagione quando proprio Letang fu uno dei maggiori protagonisti, realizzando inoltre il game winning goal nella gara decisiva contro i San Jose Sharks.

Jake Guentzel si merita un posto in line up, per il giovane talento saranno 33 i punti totali a fine stagione in sole 40 presenze

Se la mancanza di Letang pesa, ecco che l’assenza di Sheary permette l’ascesa di un’interessantissimo rookie richiamato dal farm team di AHL, i Wilkes Barre Scranton Penguins, il suo nome è Jake Guentzel e dopo aver esordito nel mese di novembre in maniera memorabile contro i New York Rangers (2 goal nei primi 2 tiri fatti!) diventa membro fisso della line up dei Penguins, prima come ala destra di Malkin, poi come ala destra di Crosby in una linea formata da Sid, Guentzel e Rust (successivamente rimpiazzato da Sheary quando lo stesso Rust subisce un infortunio) denominata Sid & The Kids.

Proprio Capitan Sidney Crosby si esalta in mezzo ai giovani, il #87 chiude la stagione con 44 reti e 45 assist in 75 partite, conquistando il Maurice “Rocket” Richard Trophy quale miglior marcatore dell’intera lega di fronte a Nikita Kucherov dei Tampa Bay Lightning ed all’astro nascente dei Toronto Maple Leafs Auston Matthews che si fermano entrambi a quota 40 centri.

Justin Schultz con 51 punti conditi da 12 goal e da 39 assist si prende di fatto le luci del palcoscenico nel reparto arretrato, gli allenamenti con Sergei Gonchar durante la stagione sono serviti a migliorarne di gran lunga i movimenti in attacco e la gestione del puck, fondamentali per un difensore se vuole rendersi utile alla manovra della propria squadra.

Si giunge così a fine stagione con numerosi punti di domanda, se è vero che Pittsburgh nonostante tutto è riuscita a terminare la Regular Season in seconda posizione delle Metropolitan Division assicurandosi l’importante vantaggio di poter disputare quanto meno il primo turno playoff con il fattore campo a proprio favore, l’assenza di un giocatore chiave come Kris Letang potrebbe pesare davvero troppo nella bilancia dei favoriti alla conquista della Stanley Cup, se si pensa inoltre al fatto che la favorita Washington alla Trade Deadline ha aggiunto alla propria blue line un altro tassello di grande importanza come Kevin Shattenkirk, arrivato da St. Louis.


Primo turno: caro Tortorella, una rondine non fa primavera

Jake Guentzel è uno dei protagonisti assoluti del primo turno per i Pittsburgh Penguins; per il rookie 22enne 5 goal ed 1 assist nei 5 incontri disputati

Il 12 aprile si inizia a fare sul serio, la post season apre i battenti e per i Pittsburgh Penguins l’ardua prova chiamata Columbus Blue Jackets.

La formazione allenata da coach John Tortorella ha disputato una stagione regolare coi fiocchi, terminando terza in Metropolitan Division, quarta squadra dell’intera NHL con 108 punti totalizzati; in gabbia si presenta il candidato al Vezina Trophy Sergei Bobrovsky, semplicemente straordinario in Regular Season dove chiude al primo posto nelle statistiche riservate alla sua categoria sia per media goal subiti (2,06) che per media parate (.931%).

La difesa è il punto forte del team dell’Ohio, con 193 reti subite risultano la seconda miglior squadra della lega dietro solamente ai Washington Capitals.

Gara 1 comincia con l’ennesimo infortunio in casa Pens, Matt Murray infatti esce claudicante dopo il riscaldamento prepartita ed è costretto a lasciare il posto a Marc Andre Fleury, il cui backup sarà il giovane Tristan Jarry.

Tutta l’esperienza del 32enne canadese viene fuori durante una gara disputata ottimamente dagli ospiti, che hanno le sole colpe di imbattersi in una di quelle giornate versione “muro” da parte di Fleury specialmente in un primo periodo nel quale i Jackets tirano per 16 volte (contro le sole 3 dei Penguins) verso la sua porta.

Nel secondo periodo Rust, Kessel in powerplay e Bonino portano avanti dei rigenerati Penguins per 3-0 prima di assistere nuovamente al Fleury show nel terzo periodo che concede gloria solamente a Calvert che realizza il 3-1 finale.

Passano solamente 48 ore e le due squadre sono di nuovo una fronte all’altra.

Gara 2 concede una seconda standing ovation del pubblico di casa a Marc Andre Fleury, il goalie di Pittsburgh chiude la serranda con 39 parate su 40 tiri diretti verso la sua porta da Columbus che paga a caro prezzo la vulnerabilità in gabbia del proprio portiere: del Bobrovsky ammirato in Regular Season infatti non si vede traccia, nel primo goal siglato da Crosby e nel terzo da Malkin il russo compie delle sciocchezze che costano il match e portano la serie sul 2-0 per i Penguins.

La speranza per il team di Tortorella è che la serie possa ribaltarsi quando i pattini scenderanno sul ghiaccio dell’Ohio, ma dopo una partenza con il piede pigiato sull’acceleratore ed i primi scricchiolii fatti registrare dalla difesa incerottata dei Penguins ecco che Columbus deve fare i conti con la vena realizzativa del rookie Jake Guentzel che con una tripletta permette a Pittsburgh di portare a casa una gara iniziata malissimo all’overtime spegnendo l’entusiasmo del pubblico di casa.

Da segnalare la parata assurda di Fleury con il caschetto su Dubinsky poco prima del game winning goal realizzato dal rookie dei Penguins.

Coach Tortorella chiede ai suoi un grande sforzo, lo sweep è da evitare, solo 3 punti hanno diviso le due squadre durante la stagione regolare, non si può uscire senza vincere nemmeno una partita ai playoff.

I ragazzi ricevono la chiamata e rispondono con una prestazione gagliarda in gara 4 che alla fine dei conti risulterà l’unica vittoria per Columbus in questa post season.

Marc Andre Fleury in una delle 49 parate che compierà in gara 5; il veterano goalie di Pittsburgh ha risposto presente alla chiamata dopo l’infortunio subito da Murray nel warm up di gara 1

Gara 5 infatti vedrà i padroni di casa strapazzare i Blue Jackets per 5-2 con protagonisti Bryan Rust autore di una doppietta ed un sontuoso Marc Andre Fleury che si diverte a parare “anche i sassi” e chiude la gara con 49 parate fra gli applausi di tutto il pubblico di casa che gli tributa la meritata standing ovation; mai come in questo momento la decisione di Rutherford di non cedere Fleury affrontando il problema “expansion Draft” a fine stagione sta dando i suoi frutti in casa Penguins.


Secondo turno: caro Ovechkin, nemmeno questo sarà il tuo anno

Strepitoso Fleury, in ogni gara vinta da Pittsburgh il goalie è stato uno dei migliori sul ghiaccio, senza di lui probabilmente staremmo parlando di una storia diversa…

Dopo aver battuto la quarta forza dell’intera Lega, Pittsburgh al secondo turno si trova di fronte all’ostacolo più duro, i Washington Capitals di Alexander Ovechkin, vincitori del Presidents’ Trophy per il secondo anno consecutivo, squadra spaziale con un solo difetto: psicologicamente soffrono troppo la pressione nei momenti decisivi e come vedremo patiranno lo stesso problema anche quest’anno.

“The Great Eight” mai come in questa stagione ha la possibilità di mettere le mani sulla Stanley Cup, trofeo che si meriterebbe per quanto abbia fatto vedere sul ghiaccio ma che sino a questo momento non ha mai nemmeno sfiorato (Washington infatti non centra una finale Stanley Cup dal lontano 1998, anno della doppietta Red Wings).

Il fattore campo è a favore dei Capitals così come la scorsa stagione quando vinsero gara 1 all’overtime, questa volta non andrà così bene; Sidney Crosby realizza nel primo minuto del secondo periodo una splendida doppietta, Washington pareggia la gara con un goal per tempo, Ovechkin prima e Kuznetsov poi che festeggia mimando il volo di un’aquila caricando ancor di più il pubblico di casa, ma a spegnere gli entusiasmi ci pensa l’eroe di gara 6 2015/16 Nick Bonino che, sfruttando un posizionamento discutibile della coppia difensiva formata da Orpik e da Shattenkirk, batte Holtby per il goal del 3-2. I Capitals si buttano in attacco e ci vuole il miglior Fleury mai visto da anni a questa parte a dire di no in un’occasione interminabile nella quale compie almeno tre parate miracolose; grazie a lui Pittsburgh annulla immediatamente il vantaggio del fattore campo facendo uscire sin da subito i soliti fantasmi dagli armadietti dei Washington Capitals.

Gara 2 è fondamentale per la formazione di Barry Trotz, impensabile sperare di vincere una serie se ti ritrovi sotto 0-2 dopo aver disputato 2 gare casalinghe; indovinate un po’ che succede? Succede che l’assedio di Washington nel primo periodo trova pronto Fleury, concentrato ed aggressivo al punto giusto, toglie sicurezze ad Ovechkin & Co. che nel secondo periodo crollano. Il quarantenne Matt Cullen prende in giro Shattenkirk in velocità ed in shorthanded buca il five hole di Holtby, anch’egli lontano parente di quello visto in Regular Season; Niskanen pareggia immediatamente ma il Crosby di questi ultimi tempi è forse il più forte mai visto e con un gioco di prestigio si fa beffe della difesa Capitals servendo a Kessel un cioccolatino per il goal del 2-1. A seguire Guentzel in contropiede porta il risultato sul 3-1; il terzo periodo vede Holtby pullato e Grubauer a difendere i pali della porta di Washington, colpita ancora da Kessel, Malkin ed infine Guentzel per un 6-2 che porta Ovechkin & Co. sul baratro.

La serie si sposta a Pittsburgh ed ecco che dopo pochi minuti il miglior giocatore al mondo viene colpito duramente alla testa dalla coppia Ovechkin-Niskanen, i tifosi dei Penguins insorgono ed invocano alla premeditazione, Trotz se ne esce ai microfoni dichiarando che era semplicemente una “hockey play”, ciò che ne consegue è l’uscita dal ghiaccio per l’intera partita di Crosby ed una gara dominata da Washington che con i goal di Backstrom in powerplay e di Kuznetsov vola sul 2-0 salvo farsi raggiungere negli ultimi due minuti di gara dalla voglia di Pittsburgh di riscatto, Malkin e Schultz portano la gara all’overtime ma il peggiore della serie sino a questo punto, Shattenkirk, in powerplay scaglia un tiro su cui Fleury nulla può riaprendo di fatto la contesa.

A questo punto per i Penguins la situazione diventa difficile, se già dovevano fare a meno del loro miglior difensore durante questi playoff la triste notizia che il proprio capitano potrebbe aver subito l’ennesima commozione cerebrale della sua carriera li mette di fatto spalle al muro, di fronte al nemico più temuto, i Washington Capitals.

Ma contro Washington Pittsburgh sembra avere un conto in sospeso, una supremazia mentale che viene fuori in gara 4, gara in cui Mike Sullivan è costretto a mischiare, ribaltare, sistemare in continuazione le linee offensive orfane del giocatore più forte al mondo, ciò che ne consegue è una gara tutta cuore dei Penguins trascinati manco a dirlo dalle parate di Marc Andre Fleury, il compagno di sempre di Crosby, e dal goal decisivo di Justin Schultz che in powerplay sostituisce alla grande l’assenza di uno come Letang.

A questo punto i Capitals cambiano improvvisamente modo di giocare, dimenticano che Pittsburgh va battuta solo con la cattiveria agonistica ed iniziano a disegnare hockey sul ghiaccio, forte dei numerosi giocatori di livello assoluto presenti a roster; gara 5 e gara 6 sono dominate dalla formazione capitolina che annienta i Penguins per 4-2 fra le mura amiche e 5-2 sul ghiaccio nemico nonostante il rientro in line up di Sidney Crosby, visibilmente meno convinto di quello ammirato ad inizio playoff, quasi intimorito quando il puck entra in suo possesso di una possibile carica nei suoi confronti.

Ancora una volta, la terza, alle strette di mano finali Ovechkin esce vinto da Crosby che potrà cercare di conquistare la terza Stanley Cup in carriera

Pittsburgh sembra essersi spenta sul più bello, proprio quando il capitano ha fatto rientro Washington ha iniziato a giocare dimostrando perchè per due anni consecutivi è ai vertici della NHL, tutta la stagione bisogna andare a giocarla in una gara 7 che promette spettacolo.

Le luci del palcoscenico nella gara decisiva se le prende Marc Andre Fleury che con 29 parate chiude la serranda ad Ovechkin & Co. conquistando il primo shutout di questa post season sino a questo punto esaltante, mentre Bryan Rust e Patric Hornqvist fanno sprofondare nuovamente i sogni di gloria della formazione capitolina. Pittsburgh dimostra che la voglia di vincere e di non essere mai domi, paga.


Conference Final: caro Karlsson, sei un fenomeno ma non basta

L’occhio vigile di Guy Boucher; il coach di Ottawa imbriglia l’offensiva di Pittsburgh e sfrutta al 100% le capacità dei suoi ragazzi facendoli rendere al massimo. In questa serie non ci saranno vinti e vincitori, semplicemente ha vinto l’hockey su ghiaccio.

Passano solamente tre giorni fra gara 7 vinta a domicilio contro i Capitals e la prima sfida della nuova serie che vedrà di fronte i Penguins ed i sorprendenti Senators capaci di eliminare i Boston Bruins ed i New York Rangers in 6 gare grazie alla vena realizzativa di Pageau ed alle giocate di un ritrovato Bobby Ryan (seconda scelta assoluta di Anaheim al Draft del 2005, quello di Crosby per essere più precisi…!) e del solito monumentale Erik Karlsson che nonostante gli acciacchi fisici dispensa hockey di altissimo livello dall’inizio di questa post season.

Coach Guy Boucher disarma l’offensiva di Pittsburgh sin dal primo istante e la frustrazione di Malkin & Co. è tangibile in una gara 1 che vedrà i Senators sbancare la PPG Paints Arena grazie ad un bellissimo goal di Ryan all’overtime; Ottawa pattina alla doppia velocità di Pittsburgh che non riesce a trovare varchi nell’1-3-1 imposto ai suoi dal bravo coach ex Tampa Bay Lightning.

La seconda sfida della serie risulta molto simile alla prima per certi versi se non fosse che il risultato finale sorriderà ai padroni di casa; dopo più di 50 minuti a reti inviolate con Anderson e Fleury capaci di parate d’altissimo livello, la difesa di Ottawa compie l’unico errore della serata facendosi beffare dal filtrante di Malkin per il liberissimo Phil Kessel che dallo slot tira due volte verso la porta trovando nella seconda occasione l’angolino basso che fa esplodere l’Arena riportando la serie in parità. Fleury chiude conquistando il secondo shutout di questa post season; per lui sarà l’ultimo…

Si va in Canada dove si pensa che la strategia attendista di Boucher possa cambiare rendendo la vita più facile a Pittsburgh se gli spazi in tal caso dovessero aumentare; ciò che accade invece nel primo periodo è un totale dominio dei padroni di casa che bucheranno Fleury per 4 volte in 20 minuti, sfruttando ogni minimo errore della stordita difesa dei Penguins ed ammutolendo anche l’ultimo degli ottimisti tifosi oroneri.

Matt Murray, ristabilitosi dall’infortunio accorso nel riscaldamento della prima gara di post season, subentrerà ad un frastornato Fleury dopo il goal del 4-0 e disputerà i primi minuti dei suoi playoff dimostrandosi abile e dando a Sullivan la possibilità di scelta in vista di una delicatissima gara 4.

Il tempo per Marc Andre Fleury è terminato, coach Sullivan da fiducia al frutto del suo lavoro, quel Matt Murray lanciato titolare lo scorso anno e di fatto divenuto uno dei fautori dell’impresa compiuta dai Penguins la stagione passata; Ottawa parte bene anche in gara 4 ma Murray sale in cattedra con almeno 3 interventi decisivi che daranno la carica ad i suoi che con Maatta, Crosby e Dumoulin porteranno avanti 3-0 Pittsburgh prima di subire la rimonta dei Senators, ma non basterà, nonostante l’assedio finale in 6 contro 4 si tornerà a Pittsburgh in parità per una serie che diventerà “best of 3”.

Ciò che vedremo in gara 5 saranno probabilmente i migliori Penguins di questa post season contro i peggiori Senators: la partita si decide verso la metà del primo periodo con i goal di Maatta, Crosby (in powerplay), Rust e Wilson con il goalie di Ottawa Craig Anderson per la prima volta in difficoltà nella serie e pullato dopo il termine della prima frazione. Cullen, Kessel e Daley infieriscono nel punteggio portando Pittsburgh ad avere il primo match point da disputare nel ghiaccio nemico.

Tutti parlano di quanto spettacolare sia stata Pittsburgh in gara 5 e si dimenticano che un 7-0 vale quando un 1-0 e soprattutto che ogni gara fa storia a se e così ecco che in gara 6 i problemi offensivi rimarcati dall’ottima disposizione tattica dei Senators dimostrata nelle prime 4 gare tornano a galla e come se non bastasse Craig Anderson disputa la miglior partita della serie mettendo a referto qualcosa come 45 parate. Al goal di Malkin che porta in vantaggio gli ospiti rispondono Ryan in un powerplay 5 contro 3 e la bomba di Hoffmann che rimanda ogni sentenza “alla bella”.

Ottawa ha uno score gravemente insufficiente con le gare 7 disputate nella loro storia, non hanno infatti mai vinto una gara perdendo tutte le 5 affrontate; Pittsburgh invece racconta di un bilancio di 9 vittorie e 7 sconfitte, con le 7 sconfitte però subite tutte fra le mura amiche.

Sidney Crosby toccherà con mano scaramanticamente (così come fatto nel 2009 e nel 2016 ma non nel 2008) il Prince of Wales Trophy, trofeo dedicato alla vincitrice della Eastern Conference

La partita decisiva è uno spot per l’hockey su ghiaccio: brilla la tecnica e la forza di Erik Karlsson, brilla la voglia dei ragazzi di Sullivan di voler difendere la Stanley Cup conquistando un’altra finale nonostante i continui infortuni che hanno ridotto all’osso il roster (fuori anche Hornqvist nelle ultime 4 gare disputate contro Ottawa).

Chris Kunitz non segnava da 35 partite, dal 16 febbraio, nella gara decisiva ne fa 2, il primo apre le danze, il secondo, al secondo tempo supplementare porta Pittsburgh in Paradiso, a danzare ancora una volta con la Coppa a 4 soli passi da compiere assieme ai Nashville Predators.

Si chiude la favola dei Senators, si chiude la favola di Anderson con un goal subito forse evitabile che sa di beffa per quanti altri miracoli ha dovuto compiere il goalie di Ottawa; la più bella vittoria per lui però saranno le parole della moglie Nicholle, che a fine gara gli dirà di essere totalmente guarita dal cancro che la affliggeva da novembre rendendo la storia di Anderson ancor più toccante ed umanamente meravigliosa. Poteva esserci un lieto fine ancora migliore, è vero, ma purtroppo per lui questa Pittsburgh ha ancora una fame pazzesca.

Al termine della serie, agli shaking hands capitan Erik Karlsson stringendo la mano a Sidney Crosby e rispondendo al suo “avete giocato benissimo” gli dice “abbiamo perso contro i migliori; vai, vai e conquistane un’altra!”. Crosby annuisce, sa di potercela fare.


Stanley Cup Final: cari Predators, siete forti, meritavate di più, avete l’Arena più chiassosa del mondo, ma la Coppa resta a Pittsburgh

Jake Guentzel abbracciato da Dumoulin: il rookie dei Penguins sarà determinante in entrambe le prime due gare casalinghe con i game winning goals

Si riparte, il 29 maggio Pittsburgh è pronta a ballare ancora una volta con la Lord Stanley Cup, di fronte a loro l’ostacolo Nashville Predators che per la prima volta nella loro giovane storia giungono sino a questo traguardo e non vorrebbero fermarsi certamente qui.

Per la prima volta nella storia della NHL due coach americani, Sullivan e Laviolette, sono alla carica delle formazioni giunte alla Stanley Cup Final, due coach che hanno dimostrato di saper trasmettere oltre a gioco ed idee anche carattere e grinta alla propria squadra.

Gara 1 parte con l’arrembante inizio dei Predators per nulla intimoriti dall’avere di fronte i campioni in carica; PK Subban trova la via del goal ma Sullivan sfrutta nel migliore dei modi il coach’s challenge a disposizione permettendo ai referee di rivedere l’azione e determinare che nell’entrata in zona di Nashville Forsberg fosse in offside. La gara rimane sullo 0-0 sino al minuto 15 quando in un powerplay 5 contro 3 i Penguins trovano il goal con un tiro dallo slot di Malkin; un minuto dopo Sheary, eroe dei playoff 2016, trova il primo goal in questa post season per merito di una grande invenzione di Kunitz ed infine a 30 secondi dal termine Bonino si vede assegnare un goal che in fondo non è altro che un’autorete di Ekholm che si vede recapitare sul pattino il puck spintogli addosso da un Rinne in netta difficoltà. Proprio le prestazioni del goalie finlandese influiranno, e non poco, durante tutta questa serie finale.

Pittsburgh pensa di aver già vinto e nei successivi due tempi dimentica di attaccare e si limita al compitino; ciò che ne consegue è l’ovvia rimonta di Nashville, strameritata, che culmina con il 3-3 di Gaudreau a 7 minuti dal termine.

A quel punto con i Penguins che non tirano in porta da 37 (!!!) minuti coach Sullivan esprime tutto il suo disappunto in panchina urlando in faccia ai suoi “qualcuno tiri quel dannato disco verso la porta!”, Jake Guentzel, il più giovane del gruppo, capta al volo la situazione e trova l’incrocio dei pali riportando avanti la sua squadra a 3 giri di orologio dal termine, chiudendo di fatto la prima sfida della serie, permettendo ai padroni di casa di trovarsi immeritatamente avanti. 12 i tiri diretti verso la porta di Rinne al fronte dei 26 scagliati dai Predators verso la gabbia difesa egregiamente da Murray.

Rinne chiude con la peggior prestazione di sempre per un goalie ai playoff, Pittsburgh vince nonostante per la prima volta nella loro storia non siano riusciti a tirare per un intero periodo verso la porta avversaria. Non un buon segnale per Nashville…

Passano due soli giorni ed è già tempo di gara 2; stavolta a passare in vantaggio sono gli ospiti con una grandissima giocata di Pontus Aberg che scherza Maatta e batte Murray con un pregevole tiro sotto la traversa, la reazione Penguins c’è e porta ancora il nome di Jake Guentzel, miglior marcatore di Pittsburgh di questa post season, che su assist di Sheary fa passare il disco nell’unico spiraglio disponibile lasciatogli da un Rinne ancora una volta poco reattivo.

La gara prosegue in parità sino ad inizio terzo periodo quando sul ghiaccio rientrano i migliori Penguins ed i Predators meno concentrati della sino ad ora straordinaria post season; dopo 12 secondi Guentzel, ancora lui, fa 2-1, poi in soli 15 secondi a cavallo del terzo minuto di gioco Wilson e Malkin chiudono la gara mandando Rinne a farsi anticipatamente la doccia. Per il goalie di Nashville è arrivata l’ora di tornare quello visto nei primi tre turni, altrimenti per i suoi si fa troppo dura.

La serie finale si sposta in Tennessee, nella chiassosa Bridgestone Arena che diventerà di fatto un fattore nelle due gare casalinghe per Nashville; oltre alla grandissima carica agonistica dei ragazzi di Laviolette che sembrano quasi tarantolati, la spinta del pubblico si fa sentire entrando nel vivo specialmente per bersagliare il povero Matt Murray, esente da colpe sui goal subiti (difesa di Pittsburgh che fa acqua da tutte le parti). Pekka Rinne torna ad essere Pekka Rinne nelle gare casalinghe che si concludono con un parziale di 9-2 per i padroni di casa che giungono dunque a disputarsi gara 5 in quel di Pittsburgh con il morale a mille ed un’intensità di gioco ben diversa da quella mostrata da Crosby & Co. parsi scarichi e stanchi nelle due trasferte.

Evgeni Malkin rilascia la classica intervista pre gara che sa di sfida e soprattutto di tentativo di spostare il momentum dalla propria parte, il russo infatti dichiara che ad essere stanchi a questo punto della stagione non sono solamente loro, ma bensì anche i Predators.

Ciò che ne consegue è la miglior gara disputata da Pittsburgh, che schiaccia il piede sull’acceleratore dal primo minuto sino al goal del 6-0 salvo poi difendere l’imbattibilità di Murray che porta così a casa il secondo shutout della sua post season; il dominio dei Penguins è totale, Pekka Rinne subisce la seconda uscita anticipata dal ghiaccio della serie dopo il 3-0 subito nei soli primi 20 minuti, ma il suo sostituto Saaros non riesce a fare meglio contro gli indemoniati attacchi dell’offensiva che ha in Crosby la fonte più ispirata, capace di piazzare tre assist ed alcune giocate al limite del reale. Dopo essere usciti da Nashville con le ossa rotte anche questa volta i Penguins rispondono alla grandissima, andando a prendersi la possibilità di giocarsi il match point per la Stanley Cup con una prestazione corale sontuosa, stritolando le certezze dei Predators trovate nelle gare casalinghe ma immediatamente cancellate dalla sonora sconfitta nella gara che di fatto risulterà da spartiacque nella serie.

Si giunge così a gara 6, ultimo atto di una grandissima cavalcata oppure penultimo atto di una serie che avrà bisogno della settima?

La risposta giusta è la prima, ma non senza difficoltà e recriminazioni.

Nashville dopo l’imbarcata di gara 5 torna la squadra spavalda e grintosa vista nelle prime 4 gare e combatte ad armi pari con dei Penguins ben più concentrati di quelli visti nelle prime due apparizioni alla Bridgestone Arena; sugli scudi entrano entrambi i portieri che chiudono ogni varco possibile alle offensive avversarie.

Al secondo minuto del secondo periodo Nashville trova il goal, ma Sissons infila in rete il puck dopo il fischio dell’arbitro che dava per conclusa un’azione che conclusa non è, il pubblico si imbufalisce, il torto c’è, non voluto ovviamente ma c’è, chissà che strada avrebbe preso la gara se… è la domanda che tutti si pongono.

La strada che prende la gara dopo tale sentenza è quella di Pittsburgh, il risultato resta in bilico sino ad 1:35 dal termine, quando Patric Hornqvist (scelto per 230esimo proprio da Nashville al Draft del 2005) infila il puck sfruttando un fortunoso rimbalzo su spalla e schiena di Rinne facendo esplodere la panchina dei Penguins che capiscono quanto sia vicina la conquista della seconda Stanley Cup consecutiva.

Coach Mike Sullivan solleva la sua seconda Stanley Cup, il coach statunitense è stato l’uomo giusto al momento giusto per riportare Pittsburgh in vetta alla NHL

Carl Hagelin (che ha combattuto con problemi fisici importanti durante tutti i playoff risultando molto meno determinante rispetto alla passata stagione) a porta vuota mette in cassaforte il risultato e consegna le chiavi della Stanley Cup a Mike Sullivan ed al suo gioiello chiamato Pittsburgh Penguins.

Il coach vince 2 coppe in 1 anno e mezzo di carriera sulla panchina dei Penguins, diciamolo, ha compiuto qualcosa di stratosferico, la sua capacità di trasmettere passione, grinta e determinazione alla squadra è notevole; un team che in passato soffriva troppo a livello emotivo ha trasformato la propria debolezza nella propria forza attuale, denotata in maniera clamorosa durante questi ultimi playoff.

Tutti vedevano dei Penguins diversi rispetto a quelli visti lo scorso anno, è vero, tutti vedevano una squadra come meno energia rispetto a quella dello scorso anno, è vero, ma questa squadra ha sempre lottato per raggiungere l’obiettivo finale ossia: vincere, riuscendoci anche senza il miglior difensore e con diversi elementi delle line up in condizioni fisiche discutibili.

Ron Hainsey a 36 anni suonati conquista la soddisfazione di una vita, passata nei bassifondi fra Columbus, Atlanta, Winnipeg ed infine Carolina, alzando la Stanley Cup alla sua prima apparizione in una post season NHL.

Chris Kunitz centra il personale quarto titolo, ai 3 conquistati infatti con Pittsburgh si aggiunge quello vinto nel 2006 con la casacca degli Anaheim Ducks; mentre Malkin e Crosby si godono la terza Stanley Cup della loro carriera di successo che sino all’arrivo di Sullivan aveva portato più dolori che gioie.

La città di Pittsburgh nella giornata di mercoledì ha abbracciato i propri idoli occupando le strade cittadine, ben 650.000 i partecipanti alla parata della Stanley Cup. Pittsburgh inoltre entra nell’elite dello sport americano portando anche la propria formazione hockeistica a conquistare cinque titoli, così come i Pirates nel baseball e gli Steelers nel football (a quota 6).

Il diario di una stagione strepitosa per i Penguins termina qui, con una foto, il passaggio di consegne fra Marc Andre Fleury e Matt Murray, il veterano goalie, da una vita a Pittsburgh, il giorno dopo la conquista della Stanley Cup ha infatti annunciato di aver firmato una liberatoria contrattuale col team che nel caso in cui Las Vegas lo chiamasse all’Expansion Draft si trasferirebbe in Nevada lasciando Crosby & Co. dopo 12 anni di unione.

Proprio Matt Murray detiene un personalissimo record, non avendo disputato il numero di gare necessarie la passata stagione per essere definito rookie, lo è divenuto quest’anno e dunque al “primo anno” intero in NHL il ragazzino conta già 2 Stanley Cup in bacheca! Vincente predestinato? Staremo a vedere… nel frattempo Fleury gli passa la Coppa e le chiavi della porta di Pittsburgh per gli anni avvenire.

Marc Andre Fleury e Matt Murray si dividono questa Stanley Cup; il primo straordinario nei primi due turni, il secondo determinante negli ultimi due chiusi con due shutout consecutivi nelle gare decisive in finale

#isitOctoberyet?

“IT’S A GREAT DAY FOR HOCKEY”

Robert Norman Johnson, alias “Bob Badger”, nato a Minneapolis (Minnesota) il 4 marzo 1931 e prematuramente scomparso il 26 novembre del 1991 all’età di 60 anni.

Chi di voi non ha mai sentito o letto la celebre frase messa come titolo in questo articolo durante le partite dei Pens ed immortalata all’entrata della PPG Arena di Pittsburgh? Ma come nasce questa frase?

I Pittsburgh Penguins hanno iniziato ad usarla, a scopo di marketing, dalla stagione 2008/2009. Proprio la stagione che ha visto i Pens conquistare la Terza Stanley Cup della sua storia ma “It’s a Great Day for Hockey” nasce molto prima, bensì nella stagione 1990/1991… proprio quella dove i Pens diventano per la prima volta Campioni della NHL per bocca di Robert Norman Johnson ma più comunemente conosciuto come BOB “BADGER” JOHNSON!! Per chi come il sottoscritto che vi sta narrando questa storia a quei tempi era ancora giovincello e non avevamo internet per reperire le notizie di hockey che provenivano dagli States, questo nome potrebbe risultare poco conosciuto ma quest’uomo è stato colui che ha portato, da head coach, la prima “Stanley Cup” a Pittsburgh. Erano i Pens che vedevano a roster giocatori quali il leggendario Mario Lemieux come capitano, un giovane Jaromir Jagr e gente talentuosa come John Cullen, Paul Coffey, Mark Recchi, Kevin Stevens, Tom Barrasso etc. che si qualificarono primi nella Patrick Division (l’odierna Metropolitan Division) ed al terzo posto nella Wales Conference (l’odierna Eastern Conference)!

Nei playoff arrivarono le vittorie per 4-3 contro i New Jersey Devils, 4-1 contro i Washington Capitals e 4-2 contro i Boston Bruins; la finale di Stanley Cup si è giocata contro i Minnesota North Stars dove i Pens e “Badger” vincendo a Gara 6 conquistano la prima coppa per Pittsburgh!! Per Bob era la prima stagione con i Penguins dopo 5 stagioni da allenatore con i Calgary Flames ed al primo tentativo, grazie anche alla sua passione ed entusiasmo, permette ad un’intera città di sognare!

Dopo una grandissima stagione piena di emozioni e gioie, nell’agosto del 1991 a Bob (che era allo stesso tempo anche l’head coach della Nazionale Statunitense) mentre stava preparando la squdra nazionale per il Canada Cup viene diagnosticato un cancro al cervello alla sola età di 60 anni. Il coach per forza di cose viene ricoverato in un ospedale del Colorado dove verrà accompagnato da Dottor Dan Thompson di Pittsburgh che lo seguirà nel suo trattamento di recupero ma che non smetterà di seguire le sorti del suo team. In sua mancanza verrà nominato “head coach ad interim” Scotty Bowman e Bob resterà sempre a contatto con il momentaneo coach e con i suoi collaboratori tanto da voler seguire le partite in videocassetta dal suo letto di ospedale e chissà quanti messaggi via fax.

Il 26 novembre del 1991 purtroppo, a soli 60 anni, Bob perde la sua partita più importante dal suo letto in Colorado e grande sarà la commozione per questa grave perdita. Mark Recchi dichiarerà: “Era una persona straordinaria, dobbiamo vincere di nuovo per lui!” E così è stato perchè la stagione 1991/1992 sarà infatti quella della Seconda Stanley Cup consecutiva dedicata interamente al mitico Bob! Durante i festeggiamenti a Pittsburgh Scotty Bowman, che nel frattempo era rimasto alla guida dei Pens, commenterà che “l’allenatore dei Pittsburgh Penguins sarà per sempre Bob Johnson!”

IT’S A GREAT DAY FOR HOCKEY… Questa frase di Bob è rimasta nella storia dei Pittsburgh Penguins da quel 1991 e siamo sicuri che riecheggierà per sempre in ogni tifoso dei Pens…. quando la pronuncerete, permettetevi di dedicare un secondo al passionale “BOB “BADGER” JOHNSON!

A pochi giorni di distanza dal 25imo anniversario dalla sua scomparsa la ITALY PENS FANS TI RENDE IL SUO OMAGGIO! #LetsGoPens #ThankYouBob

“CIAO BOB!”

Un sogno chiamato Stanley Cup, versione 2016

E’ difficile spiegare perché una franchigia di Nhl sia diversa dalle altre, i Pittsburgh Penguins per storia e tradizione hanno un qualcosa di diverso, un qualcosa che oggi si ripropone a 7 anni di distanza, un titolo che magari i più affezionati a Playitusa hanno già letto, una dinastia mancata ma segnata spesso dalla sfortuna, ora però che i Penguins sono campioni del mondo per la quarta volta tutto si può dimenticare, ma vale la pena raccontare.

Detroit, Hossa e una coppa che mancava da troppo tempo

I Penguins rappresentano l’aver pazienza in Nhl, ricostruire dalla macerie, da un quasi fallimento ad una nuova era, tra il 99 e il 2005 alla Mellon Arena si assiste a qualcosa vicino allo sfascio, la poca liquidità fa scappare i campioni, vedi Jagr e Kovalev su tutti.

Si assiste al grande ritorno di Mario Lemieux, che da leggenda diventa proprietario e il 27 dicembre rientra sul ghiaccio per dare uno scossone ai pinguini e ad un ambiente con poche gioie. La sua mano arriva in tutte e quattro le Stanley Cup, ma tra le due da giocatore e quelle da presidente non si riesce mai ad avere una dinastia, nonostante con Jagr formi un tandem devastante ma anche il preferito dalla sfortuna, con un morbo di hodgking a limitarne le statistiche personali, i successi e lo spettacolo da offrire alla Nhl.

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L’anno zero è quello post lock out 2004/05, i draft sono benevoli con i Pens, nel 2003 arriva Fleury, nel 2004 ecco Evgeni Malkin che non senza polemiche lascia il Magnitogorsk e arriva con la seconda scelta (la prima fu Ovechkin) e nel 2005 a Pittsburgh volano con il numero 62 Kris Letang e con l’1 un tale di nome Sidney Patrick Crosby.

La Stanley Cup viene sfiorata nel 2008 quando quel genio di Ray Shero preleva Marian Hossa da Atlanta insieme a Pascal Dupuis e i due fanno sognare la squadra allenata da Therrien che sfiora la coppa più bella del mondo ma si arrende alla forza e all’esperienza dei Detroit Red Wings.

L’estate successiva anziché far sognare si apre col botto, Hossa firma proprio con i Red Wings e i Penguins si ritrovano a ricominciare tutto da zero, prendendo Satan e Fedotenko e avendo una regular season altalenante.

Non è una franchigia come le altre, l’abbiamo già detto, le cose non funzionano e Therrien salta, al suo posto arriva una sorta di professorino, Dan Bylsma, promosso dalla squadra “Primavera”, i Wilkes Barry che oggi esultano come mai in passato ma vedremo in seguito il motivo.

Con Bylsma arrivano anche Bill Guerin e Chris Kunitz, il primo è un giocatore d’esperienza, il secondo è l’ideale per la prima linea che si completa con Crosby, i Penguins si riprendono e chiudono l’Atlantic Division al secondo posto dietro i Devils, con Malkin che sigla 113 punti, il migliore della lega e Crosby che ne mette a referto 103.

I playoff sono una favola, fuori i Flyers al primo turno i sei gare, con Max Talbot protagonista di un gesto che farà storia, il dito indice sulla bocca chiedendo silenzio ai tifosi di Philadelphia, un 5-3 in gara 6 dopo esser sotto 0-3, con il successivo ostacolo stellare, Alex Ovechkin e i Caps.

Battaglie epiche, tre supplementari su sette gare, con la decisiva partita che si gioca a Washington e che vede i Penguins prevalere 6-2, da quel momento tutti hanno la convinzione che non si ripeterà il secondo posto ma arriverà il botto finale.

Finale di conference contro Carolina, sweep 4-0 e occhi puntati su Hossa e i suoi Red Wings, la vendetta è pronta per essere servita.Evgeni+Malkin+Marian+Hossa+Stanley+Cup+Finals+VFZoUOdjD7Il

La finalissima è all’insegna del fattore campo, Detroit vince le prime 2 gare alla Joe Louis Arena, Pittsburgh risponde due volte con un 4-2 in una Mellon Arena infuocata, gara 5 invece è un calvario con i Red Wings che dominano e schiantano i Penguins per 5-0, quando tutto è apparecchiato per la festa di gara 6 arriva un 2-1 che manda le due franchigie a gara 7.

Le statistiche, come quest’anno, danno spacciata la squadra di Bylsma, i Red Wings avrebbero vinto 99 volte su 100 quella gara per classe e esperienza maggiore, ma non quel giorno, non quel 12 giugno 2009 quandoMaxime Talbot segna una doppietta e Lidstrom sbatte su Fleury a pochi decimi dalla fine.

Dinastia? No, Fleuryte, commozioni cerebrali e sfortune varie

La stagione successiva alla terza Stanley Cup parte benissimo, i Penguins si sentono forti  e giocano l’ultima annata alla Mellon Arena, Crosby è eccezionale, chiude con 109 punti e ben 51 gol, il miglior goleador della Nhl.

Nei playoff primo scoglio Senators superato in 6 gare, con la decisiva partita finita 4-3 ai supplementari dopo esser stati sotto per 3-1, con gol tra gli altri per i Senators di un Matt Cullen che verrà utile più avanti alla causa Pens. Il decisivo gol è di Dupuis e si va avanti contro i Montreal Canadiens.

I Canadiens sono testa di serie numero 8 e non sembrano insuperabili, cosa che fa abbassare a Pittsburgh il tasso della determinazione. In realtà la squadra canadese dimostra di avere voglia di sognare in grande, porta la serie a gara 7 dove ad ogni tiro buca Fleury. Per Marc Andre inizia da quel momento una maledizione con la postseason, va in panchina dopo aver preso 4 gol in 13 tiri e i Penguins chiudono in maniera ingloriosa l’era della Mellon Arena, un 5-2 che fa degli Habs la prima e ultima franchigia ad aver vinto nel vecchio Igloo.

Nuova arena, nuove sfortune, la Consol Energy Center apre con una sconfitta contro gli acerrimi nemici dei Philadelphia Flyers, una gara persa preludio di una stagione sfortunatissima, con la commozione cerebrale di Sidney Crosby e i guai al ginocchio per Evgeni Malkin sembra di rivivere l’epoca di Lemieux e Jagr, forti ma fermati dagli infortuni, specie Super Mario.

Bylsma compie un miracolo chiudendo al secondo posto nell’Atlantic Division grazie sopratutto al sacrificio di Jordan Staal ma una volta ai playoff ancora Marc Andre Fleury compie dei pasticci mondiali, pur essendo sopra 3-1 nella serie contro Tampa Bay e con la prima linea formata da Letestu-Kovalev e Neal i Penguins perdono 8-2 gara 5, 4-2 la sesta partita e subiscono un 1-0 con gol di Bergenheim in gara 7, distrutti, umiliati e demoralizzati nell’arena di casa.113081683_slide

Archiviati i playoff 2011 si punta a rivedere Crosby sul ghiaccio ma i sintomi post commozione cerebrale bloccano il capitano che subisce un linciaggio mediatico per un’assenza che i maligni attribuiscono ad una mancanza di coraggio.

Ritorna invece Malkin e lo fa in grande stile, 109 punti e titolo di miglior giocatore della regular season ma nei playoff l’avventura si chiude al primo turno in una battaglia contro i Flyers e una serie che in 6 partite regala 56 reti (compreso un 10-3 dei Pens in gara 4 dopo 3 sconfitte di fila) e il 5-1 finale al Wells Fargo Center in una disputa che conta innumerevoli risse e penalità.

A Pittsburgh iniziano a saltare i nervi, il primo ad essere ceduto è Jordan Staal che preferisce Carolina ad un prolungamento di contratto con i Penguins, il genio di Ray Shero distrugge e ricostruisce una squadra che perde Malkin per una lieve commozione cerebrale e poi Crosby per la frattura della mascella conseguente ad un disco scagliato da un suo compagno. Si fa per vincere subito, arrivano Iginla, Morrow, Jokinen e Doug Murray, si battono gli Islanders, i Senators ma incredibilmente i Penguins spariscono contro i Bruins perdendo la serie 4-0 e col titolare Fleury che ritorna PaperinFleury giocando solo una delle quattro partite dopo gli ennesimi pasticci.

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Continua l’impazienza a Pittsburgh, avere Malkin e Crosby e vincere una sola Stanley non è compatibile con la storia, ma invece è la malasorte ad essere compatibilissima con i Penguins, strappo ai legamenti per Dupuis e ictus per Kris Letang, eliminazione al secondo turno playoff contro i Rangers e teste che saltano in aria, Bylsma, Shero e un’estate caldissima come raccontato su Playitusa all’epoca.

Si apre l’era Rutherford e Johnston e la sfortuna colpisce ancora Dupuis tra coaguli di sangue nei polmoni, parotite e sfortune mondiali che poi colpiscono anche Olli Maatta preso di mira da un tumore poi sconfitto.

E’ una stagione travagliata, i playoff arrivano solo con l’ottavo posto e la seconda wild card, di conseguenza sfida con la numero 1 della Eastern Conference, i NY Rangers che in 5 partite si sbarazzano dei Penguins, battuti all’overtime della quinta gara da un gol di un ragazzo di nome Carl Hagelin, uno destinato a scrivere la storia, ma non con i Blueshirts.

Arriva Ciccio, fine del digiuno

Il 1 luglio 2015 si apre subito col botto il mercato Nhl, i Pittsburgh Penguins, stanchi della loro inefficenza sotto rete in post season, prendono Phil Kessel, ala dalla classe e dalla mole devastante, per molti il problema numero uno a Toronto che con la nuova maglia si toglierà qualche soddisfazione.

E’ in pratica l’anno zero della gestione Rutherford, oltre a Kessel arriva anche un certo Nicholas Lawrence Bonino, un passato nella serie A2 italiana con l’HC Egna e prelevato dai Canucks in cambio di Sutter.

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Anche Matt Cullen è dei Penguins, Rutherford lo conosce dai tempi degli Hurricanes e lo ingaggia a far da chioccia ai giovanotti di Pittsburgh, lui che a 39 anni e un comportamento da professionista esemplare.

Avere una Ferrari e guidarla come una 500“, questo disse Ibrahimovic a Guardiola al Barcellona, questo pensò Rutherford con Mike Johnston, i Penguins non solo non ingranano ma rischiano di deprimere Sidney Crosby, con media realizzativa spaventosamente bassa per il numero 87.

Natale in casa Penguins si festeggia il 12 dicembre, via Johnston con un record di 15-10-3 e dentro l’allenatore dei Wilkes Barre Scranton, Mike Sullivan, una mossa che in tanti si augurano sia come il cambio Therrien-Bylsma nel 2009, nessuno in quel momento lo sa, ma si sta scrivendo la storia di una leggenda, la leggenda della quarta Stanley Cup.

Dire ciao ad una vecchia amica, la Stanley Cup

Non solo Sullivan come mossa di Rutherford per dare una scossa all’ambiente, il 14 dicembre Scuderi va a Chicago in cambio di Trevor Daley, il 16 gennaio i Penguins decidono di cedere Perron, fin lì deludente e lo scambiano con un certo Carl Hagelin, quello della gara 7 contro i Rangers ma poi Sullivan ci mette del suo, la squadra “Primavera” dei Pens arruola in Nhl un paio di giovanotti, che forse solo il nuovo coach conosce e che rispondono al nome di Conor Sheary, Tom Kunhhackl, Bryan Rust e un baby portiere che dicono sia fenomenale, Matt Murray, nasce così la “Banda Sullivan“.

Ad un certo punto della stagione è come se ai Penguins fanno un disegno e spiegano come passare dal motore di una 500 a quello di una Ferrari, spiegano le marce e una cosa chiamata turbo, da marzo in poi Pittsburgh è una squadra arrabbiata, esagerata, devastante e che non guarda in faccia niente e nessuno, tanto che gli avversari fanno poi a gara per non trovarli nella post season.

Ah, piccolo appunto in nella marcia vincente, a dicembre l’effetto Sullivan pare cominciar male con una commozione cerebrale che colpisce Marc Andre Fleury, il portiere titolare, con Zatkoff e Murray pronti qualora ci fosse bisogno di sostituirlo, con il povero Flower che non riuscirà nel recupero e quando sarà pronto si troverà la strada sbarrata da un fenomeno di 21 anni.

I primi a capire che sarà un bel problema battere i Pens sono i NY Rangers di Henrik Lundqvist, i fasti delle passate battaglie nei playoff sono dimenticate e inizia un’avventura che avrà tantissimi protagonisti.

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Il primo è Patrick Hornqvist, a vederlo pare il gemello di Kessel, una tripletta gela i Rangers che perdono in gara 1 Lundqvist colpito al volto da un bastone di un compagno, in porta parte Zatkoff, chiude la gabbia per 35 volte e passa dalle lodi alla bocciatura in gara 2 quando i Penguins perdono 4-2 e i più nefasti iniziano a chiedere di Fleury.

Da gara 3 in gabbia si presenta Matthew Murray, faccia da bastonatore sovietico e curriculum che parla di trofei vinti quali Baz Bastien Memorial Award e Dudley Red Garrett Memorial Award, che giusto per tradurre sono miglior portiere e miglior rookie della AHL.

Pur sconfitti in gara 2 arrivano le prime due reti di Ciccio Kessel in una linea che comprende Hagelin e Bonino che diventa famosa col nickname HBK, come il famoso campione WWE Shawn Michaels, The Hearthbreak Kid, lo spezza cuori, che in Nhl si trasformano in “Spezza gabbie”.

Il Madison Square Garden è il primo battesimo di una favola, gara 3 e 4 sono altrettante vittorie dei Penguins, con un perentorio 5-0 nell’ultima gara sul ghiaccio newyorkese che è presagio della sconfitta per Lundqvist nella partita che chiude la serie per 4-1 grazie ad un 6-3 nello show di Sheary, Rust e Cullen, mica Crosby e Malkin.

Il secondo turno è eccitante già dall’anteprima, Crosby contro Ovechkin, il meglio del meglio, una battaglia che si sviluppa in sei partite e che nonostante fasti e proclami vede in ombra le due star. 5 gare su 6 si chiudono con un solo gol di scarto, gli HBK mettono a segno 4 gol nel  4-3 finale che fa diventare Nick Bonino l’eroe degli incubi di Ovechkin, con Kessel a segno due vole e Hagelin una.

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Neanche a dirlo, il gol di Bonino fa scatenare l’inno dei playoff 2016 tramite Hockey Night in Punjabi, un urlo che vale Fabio Caressa a Berlino o qualcosa di più emozionante e divertente.

Sarebbe un peccato se…“, il tifoso di Pittsburgh poi si blocca, scottato dalle delusioni del passato vede la sua squadra battere i favoritissimi della Nhl, quei Capitals mangia tutto in regular season ed eliminati con una prova di forza da parte di tutte le 4 linee, non Malkin & Crosby ma una corazzata che ogni partita va a designare un nuovo protagonista.

Non c’è tempo per pensare a cosa è stato di Ovechkin, ci sono i Lightning di Tampa Bay mai sconfitti in campionato nelle 3 partite disputate, che pur senza Stamkos sono devastanti e vicecampioni Nhl.

La prima gara è abbastanza strana, si infortuna in maniera grave Ben Bishop e quando la fortuna sembra dalla parte dei gialloneri è Vasilevskiy a sostituire Big Ben e consegnare gara 1 agli ospiti, con una Consol Energy Center gelata e ammutolita.

La reazione è immediata, gara 2 si apre con un 2-0 firmato Cullen e Kessel nei primi dieci minuti, poi si spegne ancora la luce e in 3 minuti Stralman e Drouin (indiavolato nella serie) pareggiano i conti e la paura si fa avanti in chi è sotto nella serie.

Serve così una prodezza nel supplementare e arriva il gol del prescelto, colui che magari non fa niente durante un evento ma poi ti piazza la zampata e si prende tutte le foto, Sidney Crosby segna il gol decisivo all’overtime, qualcosa che neanche Lemieux ha mai fatto e fa notare a tutti che lui c’è e non è alle Olimpiadi dove segna solo in finale, c’è e vuole fare il Capitano, con la C maiuscola.

Per dominare esiste gara 3, i Penguins sono indemoniati, indirizzano verso Vasilevskiy 48 tiri e segnano tre gol nel terzo periodo, chiudendo la partita sul 4-2 e portandosi in vantaggio nella serie.

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C’è bisogno di tutti in questa postseason, chi più e chi meno, Matt Murray attraversa una gara difficile nella quarta sfida, prende 2 gol in 28 tiri e non sembra al top della forma mentale così si rivede in gabbia Marc Andre Fleury che salva 7 conclusioni su 7 ma esce sconfitto 4-3 nonostante una prova di cuore immensa dei pinguini che sotto 4-0 si svegliano solo negli ultimi minuti e vanno a segno 3 volte con Kessel, Malkin e Kunitz rischiando di scrivere una rimonta epocale.

La vigilia di gara 5 vede l’eterno ballottaggio tra Murray e Fleury, uno ha portato la squadra in finale di conference ma è giovane e può sciogliersi, l’altro è il portiere più esperto della franchigia ma anche un pasticcione in postseason.

Gioca Fleury e sotto gli occhi di Shawn Michael, invitato dai Penguins a vedere la linea HBK, Pittsburgh perde in casa con gol all’overtime di Johnson e neanche a dirlo nessuno rivedrà più nè Michaels nè Fleury sul ghiaccio.

Spalle al muro i Penguins volano all’Amalie Arena sotto 3-2, è la prima volta che l’orlo del baratro è ad un passo e forse questa è la forza della squadra 2016, devi schiaffeggiarla per farle girare gli occhi e farla arrabbiare, un po’ come gli amanti del wrestling vedono in The Undertaker.

In Florida non ci sarà festa locale, gioca Murray e Pittsburgh vince 5-2 dominando e rimandando tutto a gara 7, da giocare in casa, dove le statistiche dicono che è meglio non preparare troppa gioia.

I numeri sono contro Pittsburgh, dicono che sia Crosby che Malkin non sono decisivi, che la HBK si bloccherà e che Murray è talento ma anche fortuna. Dimenticano Bryan Rust e il giovanotto di Pontiac ribalta il pareggio di Drouin e con una doppietta porta i Penguins in finale, una cosa che mancava dal 2009 e alla faccia della scaramanzia il trofeo di campioni della Eastern Conference viene toccato e anche coccolato, avrà presto compagnia.

Come può un pinguino battere uno squalo

La domanda farebbe inorridire Piero Angela, ma qua si parla di uno sport meraviglioso, la sfida fra Sharks e Penguins è presentare contro Crosby la coppia Joe Thornton e Patrick Marleau, due che hanno atteso ben 2.778 partite prima di vedere la Stanley Cup.

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Gara 1 si apre col botto dopo appena 40 secondi grazie a Bryan Rust ma i Penguins sopra 2-0 si fanno rimontare con Hertl e Marleau, prima che l’eroe del Punjabi Bonino segni il gol vittoria nel boato di un’arena letteralmente impazzita.

Il primo giugno San Jose va per gara 2 per pareggiare la serie, non fa i conti con Sidney Crosby quando nell’overtime spiega come andranno le cose, Conor Sheary esegue alla perfezione e Pittsburgh vincendo va sul 2-0.

La scaramanzia fa continuare il “Sarebbe un peccato se…“, Pittsburgh può volare nella Shark Tank per chiudere la disputa, passa in vantaggio e conduce due tempi di gioco, con la statistica che parla di 49 vittorie su 50 quando i Penguins sono sopra di un gol dopo 40 minuti, così visto che la Nhl è incoerente e tremendamente rocambolesca ecco il pari Sharks con Ward su intervento di Murray abbastanza discutibile e gol di Donskoi nell’overtime, alla faccia di numeri e statistiche.

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Lo squalo mangia il pinguino direbbe Piero Angela, così al banchetto vengono invitati anche i Metallica che suonano l’inno nazionale come nessuno potrebbe far meglio e come l’invito dei Penguins a Shawn Michaels anche loro saranno nefasti per i padroni di casa. Mancano altri due protagonisti, Ian Cole ed Eric Fehr, oltre al primo timbro del neo papà di Nikita, ovvero Evgeni Malkin, 4-2 a San Jose e via libera alla Stanley Cup da conquistare in gara 5 nell’arena locale.

Sembra tutto bello e pronto, la Stanley Cup viene lucidata e pronta per essere sollevata, gara 5 è un tripudio giallooro, dopo 5 minuti e 06 secondi di gioco si vedono già 4 gol e un divertimento incredibile, uno spot da mandare a reti nazionali col messaggio “Ecco cos’è la NHL“.

Karlsson però asseconda gli Dei dell’Hockey, segna il provvisorio 3-2 prima che Pavelski timbri il cartellino a porta vuota, nessuna festa, si va a gara 6 per rivedere San Jose nella Consol Energy Center in gara 7, l’intenzione è chiara, ma da qui a farlo c’è da vincere in casa, sperando nella versione San Martin Jones appena elevata a eroe di San Jose.

La Stanley Cup e i Penguins, 3 trionfi tutti e 3 in trasferta, dallo 0-8 ai Minnesota North Stars al 5-6 contro i Blackhawks sino all’1-2 di Detroit, il Sap Center è pronto per essere una bolgia ma Pittsburgh ha ancora un paio di protagonisti da far esultare, Brian Domoulin segna il gol del vantaggio, difensore che aveva iniziato non capendo bene la Nhl e ora certezza assoluta, poi al pareggio di Couture ecco che San Jose si gode la festa per un minuto scarso, prima che Kris Letang segni il 2-1.

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Non un gol casuale né un giocatore come gli altri, come la storia della franchigia, Letang ha subìto infortuni e ha conosciuto la paura di non poter più scendere sul ghiaccio, quando nel gennaio 2014 nausea e vomiti indirizzavano i medici verso unictus al giocatore, un piccolo foro nel cuore che solitamente si ha dalla nascita e che si chiude col tempo. Ma non solo, Letang era tra i migliori amici di Luc Bourdon, giocatore dei Canucks morto in un incidente in moto mentre Kris gioca la Stanley Cup 2008, dolore che forgia il giocatore che non si arrende davanti a niente.

La rete di Letang è quella decisiva, Hornqvist chiude sul 3-1 a porta vuota quando tutti vorrebbero saltare, magari proprio tutti no, pensando a Mike Johnson e dove è arrivata la sua ex squadra dopo il suo licenziamento.

E’ la gioia di una franchigia sfigata, amata e odiata, che non si è mai fatta mancare niente, da Super MarioLemieux, a Sidney Crosby mister Conn Smythe Trophy che a 28 anni ha già vinto tutto, a Phil Kessel, noto Ciccio o Disastro di Toronto, che chiude la sua post season con 10 gol e 12 assist in una linea, la HBK, che fa più danni della Sweet Chin Music, la mossa finale di Shawn Michaels, per arrivare poi a Matt Murray, è giovane, fortunato, ma anche un portiere che ha vinto la Stanley Cup all’esordio, per arrivare infine a Mike Sullivan, un preside che ha riunito alunni indisciplinati e svogliati trasformandoli nella “Banda Sullivan” per arrivare poi ad una città che nella festa finale presenta 350.000 persone ad applaudire i nuovi campioni Nhl.

E’ stata una bella avventura, lei, la Coppa più Bella, la Stanley Cup, è di nuovo di Sidney Crosby e dei suoi Pittsburgh Penguins, è di nuovo gialla e oro in un’ondata di passione che da qui a ottobre sarà travolgente.

Poi sarà di nuovo Nhl, saranno di nuovo sogni e incubi per tutti, nello sport più bello del mondo e spesso anche il più “nascosto” tra gli sport americani, ma fidatevi, amate l’hockey perché ne vale realmente la pena.

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MILESTONE PER FLEURY

Con la vittoria conquistata di misura per 3-2 sul ghiaccio dei rivali (ormai possiamo chiamarli proprio così!!) Columbus Blue Jackets, Marc Andre Fleury parando 25 delle 27 conclusioni indirizzate verso la sua porta, è diventato il 20esimo goalie nella storia della NHL a raggiungere le 350 vittorie nella Lega.

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I compagni si congratulano con Fleury, alla sua 350esima vittoria in maglia Penguins ed in NHL

Il nostro “Flower” ha raggiunto questo traguardo alla 645esima gara disputata; meglio di lui solamente 3 portieri dai nomi decisamente importanti, ossia, Peter Osgood, Henrik Lundqvist e Martin Brodeur.

Il 31enne canadese diventa così il terzo goalie attualmente in attività a raggiungere tale traguardo; gli altri due sono ovviamente il sopracitato fenomenale Lundqvist ed il portierone dei Florida Panthers, Roberto Luongo.