Pillole da Stanley Cup by Riccardo Platz

Su Facebook vive la “combricola” più grande del tifo italiano per i Pittsburgh Penguins, una delle folle menti presenti in questo gruppo ha deciso di incidere per iscritto questo pezzo, molto interessante quanto puro e veritiero di ciò che abbiamo vissuto in questa stagione sulla nostra pelle, dentro il nostro cuore e fra i nostri eccelsi cervelli: signori, per la prima volta in questo Blog ecco il punto di RICCARDO PIAZZA per gli amici “PLATZ”


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La Stanley Cup si è appena conclusa, i Penguins hanno vinto il loro quarto trofeo, il secondo successo dell’era Crosby, a 7 anni giusti di distanza dalla doppietta di Max Talbot in quella magica notte di Detroit.

Ma cosa è successo in questi 7 anni?

L’era Bylsma ha prodotto in realtà molto meno di quanto ci si aspettava, tra infortuni e serie buttate alle ortiche i Penguins si erano persi e non sono più riusciti a raggiungere le finali. Così, dopo un’incredibile rimonta concessa ai Rangers (da 3 a 1 alla sconfitta in gara 7 in semifinale di conference nella stagione 2013/14) in estate arrivò la decisione di cambiare rotta. Via Shero e Bylsma, dentro il GM Rutherford (campione già con Carolina nel lontano 2006) e coach Mike Johnston. Le cose sembrano andare per il meglio nella prima metà della stagione 2014/2015, pian piano però i Penguins sembrano dimenticare tutte le loro qualità e diventano una squadra lenta, prevedibile e perdente. Si riescono nonostante tutto a qualificare ai playoff, ma il loro cammino dura solo 5 gare, quando Hagelin all’overtime trafigge Fleury, di gran lunga MVP della squadra nella stagione e nella serie. Le critiche sono molto feroci e riguardano sia i giocatori, Crosby in primis, che Rutherford che Johnston.

In estate il primo a reagire è proprio il GM che mette a segno dei colpi da maestro: firma7449d7c0-403c-11e5-94a4-ff9c2bb2de41_CMEgREoWsAELdfs Cullen e Fehr per sistemare le checking lines, scambia Sutter con Bonino (da Vancouver) e soprattutto firma il “blockbuster” dell’estate, arriva infatti da Toronto uno sniper di razza, l’ala da affiancare a Sid e Geno, Phil Kessel, scambiandolo in una trade che meglio non poteva fare. I pinguini sono in ottobre, in virtù delle trade di Rutherford, tra le favorite sulla carta, ma qualcosa non funziona ancora. La Preseason è allarmante, l’inizio di stagione sconcertante. I Pens non riescono a vincere con continuità ma soprattutto non giocano, sono lenti e non riescono a far produrre i loro giocatori. Crosby sembra l’ombra di se stesso, Kessel è impalpabile, Bonino sembra un bidone, quasi nessun attaccante riesce a produrre.

Il 12 dicembre la decisione: esonerato Coach Johnston, arriva Mike Sullivan, che tanto bene stava facendo a Wilkes Barre/Scranton nel farm team dei Penguins. Sullivan vanta un’esperienza a Boston da Head Coach (Bergeron spende subito ottime parole su di lui) e poi da Assistant Coach di Tortorella e da Player Development Coach a Chicago nel 2015. Prende in mano i Pens in una situazione critica di 15W-10L-3OTL ma perde clamorosamente le prime 4 partite in maniera piuttosto netta. Gli occhi di alcuni esperti però cominciano a intravedere qualcosa di nuovo in Pittsburgh. La squadra sembra essere più reattiva, più veloce e più offensiva, comprensibilmente visto quanto talento ha li davanti! Pian piano tornano a produrre anche le star: la prima è Letang, al ritorno dall’ennesimo infortunio, seguito a ruota da Crosby che torna ad essere Sid the Kid. Il capitano chiuderà la stagione al terzo posto nella classifica marcatori, al primo posto se si considera il periodo da gennaio in poi. I Pens sono di nuovo una squadra che lotta: una statistica sconcertante sotto Johnston era quella che diceva che i suoi Penguins non erano mai riusciti a vincere quando perdevano dopo il secondo periodo. Con Sullivan i Pens lottano e ribaltano le partite, anche grazie a delle nuove magate di Rutherford.

Il GM fa una serie di capolavori scambiando uno degli eroi del 2009, Rob Scuderi, con Chicago per Trevor Daley e David Perron con Anaheim per il velocissimo Carl Hagelin, giustiziere dei Pens nel 2015. Rutherford porta a Pittsburgh prima della Trade Deadline anche Justin Schultz, talento mai del tutto espresso con gli Oilers.

Sullivan dichiara: “abbiamo grandi giocatori, dobbiamo imparare ad essere una grande squadra”, Pittsburgh finalmente sembra ascoltarlo nel momento più difficile.

Marzo 2016, i Pens hanno di fronte a se una serie interminabile di scontri diretti nella Metropolitan e sono in lotta di nuovo per una wild card. L’inizio del mese porta risultati altalenanti ma nella vittoria contro Columbus dell’11 marzo, una nuova tegola si scaglia sui Pens, l’infortunio di Malkin. Il coach sposta subito Bonino in seconda linea in mezzo ai velocissimi Hagelin e Kessel, mossa che si rivelerà fondamentale. Grazie anche alla HBK line, i Penguins chiudono marzo a 12-4-0, vincendo 14 delle ultime 16 partite e chiudendo al secondo posto nella Metropolitan, dietro solo ai vincitori del Presidents’ Trophy, gli Washington Capitals. Un’altra tegola nel frattempo si abbatte sui Pens, l’infortunio di Marc Andre Fleury. Il goalie, reduce da due gran stagioni, sembrava finalmente tornato determinante, ma non vedrà più il rink dal 30 marzo. I Pens così chiamano da WBS il promettente Matt Murray e cominciano a pensare che dovranno affrontare almeno la prima parte dei playoff proprio col giovane prospect. Nell’ultima partita di Regular Season però Murray si scontra con Read dei Philadelphia Flyers e lascia il campo a Zatkoff, sembra una maledizione!

Pittsburgh Penguins' Matt Cullen (7), celebrates with teammates Ben Lovejoy (12), Bryan Rust (17), and Tom Kuhnhackl (34) after he scored a goal during the third period of Game 3 of a first-round NHL playoff hockey series against the New York Rangers on Tuesday, April 19, 2016, in New York. The Penguins won 3-1. (AP Photo/Frank Franklin II)

Nel primo turno i Pens si trovano davanti i Rangers che per due volte consecutive li hanno eliminati dalla corsa al titolo. Nelle prime due partite gioca Zatkoff in porta (tra l’altro meravigliosamente in gara 1) e la serie è sull’1 a 1 quando ci si sposta a Manhattan. I Pens dominano la serie e si portano sul 3 a 1 grazie anche ad un Murray solidissimo e a prestazioni meravigliose da parte di tutti, dall’intramontabile Cullen ai giovani Rust e Sheary, dalla HBK line che continua a far male e Crosby, Malkin e Hornqvist (autore di un hat trick in gara 1). La serie è a senso unico, anche per un Lundqvist irriconoscibile, e i Pens la chiudono in gara 5 tra le mura amiche. La squadra di Sullivan sembra un treno inarrestabile, il coach sembra aver elevato il gioco di tutti i suoi ragazzi. Anche la difesa che sembrava il punto debole dei Penguins, produce prestazioni di livello, comandata da un incredibile Letang e da Daley, con giocatori come Lovejoy e Cole che non sembrano neanche parenti di quelli insicuri visti l’anno prima, unica nota negativa è un Maatta molto lento e insicuro.

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Di fronte a se però i Pens hanno un ostacolo durissimo, i fortissimi Capitals di Ovechkin, Oshie e Holtby. La serie parte male, con i Caps che all’overtime vanno sull’1 a 0. I Pens però continuano a giocare, Murray continua ad essere solido e grazie al GWG dell’ex Fehr, si portano sull’1 a 1 con la serie che si sposta a Pittsburgh. Gara 3 è il gioiello di Murray che compie 49 parate e ferma i Capitals che avevano surclassato i Pens. Gara 4 viene decisa da Patrik Hornqvist nell’overtime e da ai Pens 3 match point per eliminare dalla corsa al titolo Ovie e compagni. Il primo viene fallito a Washington e si torna a Pittsburgh per gara 6. La serie è bellissima e molto equilibrata, con entrambe i goalie in stato di grazie e gara 6 è da cardiopalma! Due reti di Kessel e una di Hagelin porta i Pens sul 3 a 0 ma una meraviglia di Oshie riapre il match in chiusura di secondo periodo. Il terzo è rocambolesco, con una serie di penalità subite per Delay of the game che permette a Washington di pareggiare e guadagnarsi l’overtime che però è a senso unico e dopo sei minuti di dominio giallo nero, la HBK line la vince con un’azione di forecheck meravigliosa, emblema dei Pens di Sullivan, chiusa da un rebound di Nick Bonino. Con un Crosby in ombra, è proprio la HBK line a risultare determinante nella serie. I tre giocatori portati da Rutherford mischiano l’incredibile velocità e tenacia di Hagelin, il talento offensivo di Kessel e le grandi doti difensive e da playmaker di Nick Bonino, di nuovo al top della forma dopo un inizio tremendo.

Tampa+Bay+Lightning+v+Pittsburgh+Penguins+xclpAlGvbxUl

Il prossimo ostacolo sono i Tampa Bay Lighting orfani del loro capitano Stamkos. Il match up è probabilmente il peggiore possibile per il team di Sullivan che sempre ha perso contro di loro in Regular Season. Gara 1 la vince Tampa che annulla subito il fattore campo ma perde il suo goalie, il finalista per il Vezina Trophy, Ben Bishop. I Pens tirano molto di più per tutta la serie ma i Bolts si dimostrano sempre letali in contropiede, anche grazie al talento cristallino di Drouin e a Vasilevskyi in stato di grazia. Gara 2 viene decisa all’overtime dal capitano Sidney Crosby, gara 3 invece vede di nuovo la HBK line brillare. I Bolts però non demordono e riportano la serie in parità dominando i primi 2 periodi di gara 4 e fermando la rimonta dei Penguins sul 4 a 3. Murray sembra essere meno sicuro del solito e si rivedrà nel terzo periodo Marc-Andre Fleury, assente dal 30 marzo. Sullivan decide di farlo partire per gara 5 a Pittsburgh ma la mossa non paga e un fortunoso gol di Johnson all’overtime porta meritatamente Tampa al comando. A questo punto i Pens si trovano per la prima volta spalle al muro, senza tutte le loro sicurezze, in primis quella del goalie che li aveva trascinati sin qui. Gara 6 però è un altro simbolo della forza mentale che Sullivan è riuscito a trasmettere. Torna a proporre Murray nel net e il suo team scende nel ghiaccio convinto che possa completare la rimonta: si porta sul 3 a 0 grazie alle sue star Kessel, Letang e Crosby, tiene l’exploit dell’ottimo Boyle e la chiude in contropiede con la velocità di Rust. Si va a Pittsburgh per una gara 7 quanto mai imprevedibile. I Pens sono più propositivi ma Tampa ha dimostrato di saper far male alla difesa dei giallo neri, in più la sfida dei goalie è nettamente a favore di Tampa nella serie, con Vasilevskyi in stato di grazie e i Pens di ritrovano senza uno dei loro uomini migliori in difesa, Daley, vittima di uno sfortunato infortunio alla caviglia. In gara 7 trova un nuovo eroe, l’ennesimo di questi playoff: Bryan Rust. Il 24enne mette a segno una doppietta che stende Tampa e riporta Pittsburgh in finale di Stanley Cup dopo 7 lunghissimi anni. Anche questo è un segno, il segno di una squadra che gioca a 4 linee anche in overtime, una squadra che ha in prima linea Sheary che fino a pochi mesi prima era in AHL e che ha un leader dentro e fuori dal campo in Matt Cullen, fuoriclasse eterno e punto di riferimento per tutti i giovani, probabilmente miglior giocatore per rapporto stipendio/prestazioni della lega.

Di fronte, nella serie decisiva, ci sono gli Squali di San Jose, alla loro prima apparizione in finale di Stanley Cup. Le stelle sono Couture, Pavelski e Burns che hanno trascinato a suon di punti la squadra ma anche i veterani Thornton e Marleau. Sullivan ha le idee molto chiare e si presenta con “i suoi”, con Crosby insieme a Hornqvist e Sheary in prima linea, Malkin con un rinato Kunitz e l’indiavolato Rust, la HBK line, la miglior terza linea della lega (è una terza linea??) e una quarta linea di lusso con Cullen insieme al preziosissimo Fehr e alla sorpresa Tom Kuhnhackl, giocatore tanto inaspettato quanto affidabile. In difesa senza Daley ci si affida a Letang insieme a Dumoulin, Lovejoy a dar sicurezza a Maatta che sembra esser tornato affidabile dopo un avvio di playoff deludente e Cole insieme a Schultz, davvero molto positivo soprattutto in fase difensiva, in porta fiducia a Murray. Il piano è tanto semplice quanto letale: aggredire gli Sharks con velocità e forecheck e nelle prime due gare funziona a meraviglia. Gara 1 viene aperta dai rookie Sheary e Rust e solo un grandissimo Jones permette agli Sharks di stare a galla. San Jose però torna in partita grazie a Hertl, Marleau e ad un Murray ancora impreciso ma Bonino sigla il 3 a 2 facendo esplodere di gioia il Consol Energy Center e pure il commentatore indiano. Gara 2 vede ancora i Penguins dominare nel gioco ma non nel risultato, con Braun che riesce a pareggiare nel terzo periodo grazie a un tiro che Murray non riesce a coprire. Nell’overtime c’è ancora una volta un unexpected hero, Conor Sheary. Lo “sniperino” che Sullivan aveva apprezzato a WBS manda un disco all’incrocio che Jones non può prendere, sigillando una gran giocata da face off di Crosby e Letang. Si va in California sul 2 a 0. Gara 3 è però segnata dai goalie. Jones fa una prestazione molto convincente mentre Murray non vede partire il tiro di Braun, cicca malamente il pareggio di Ward (dopo un brutto errore di Crosby e Letang) e lascia sguarnito il primo palo sulla conclusione di Donskoi che in overtime la chiude riaprendo la serie. E’ la seconda partita in stagione che i Penguins non vincono dopo aver chiuso in vantaggio il secondo periodo, ancora una volta all’overtime (la prima volta avvenne in gara 5 contro Tampa Bay). Murray però non ha mai perso due partite consecutivamente in questi playoff e in gara 4 mantiene questo piccolo record. La partita è a favore dei Penguins e viene decisa da un rimbalzo concluso bene da Cole, da Malkin in powerplay su invenzione di Kessel e viene chiusa da un bel gol di Fehr sull’ennesimo disco recuperato da Hagelin. I Pens hanno l’occasione di vincere finalmente la loro prima Stanley Cup tra le mura amiche, in una serie che è sembrata piuttosto a senso unico. Gara 5 però porta la firma di un monumentale Jones. Si apre subito con gli Sharks in vantaggio con Burns bravo a beffare Murray (ancora impreciso) sul primo palo e che poi raddoppiano subito con Couture su deviazione. La reazione dei Pens è veemente e porta ad una supremazia totale che porterà i gialloneri sul 2 a 2 con il CEC in delirio. I pali di Kunitz e Kessel ed un pazzesco Jones tengono la partita in parità ed in finale di primo periodo è Karlsson a sfruttare un’imprecisione di Murray e a portare avanti gli squali. Nel secondo e terzo periodo Pittsburgh si scontra contro un muro di nome Jones e Pavelski la chiude con il suo primo gol nella serie in empty net. Una serie che sembrava chiusa torna di colpo in bilico, di nuovo i Pens sembrano poter esser in difficoltà, questa volta per merito di un goalie talmente bravo da demoralizzare gli avversari. Si va in California per chiuderla, per evitare di giocare un’eventuale gara 7 contro un goalie che può vincere da solo la partita singola. La risposta della squadra di Sullivan è, ancora una volta, più che convincente. I Penguins hanno preso il carisma e la sicurezza del loro allenatore che è il faro di questo gruppo più che mai unito per l’obiettivo comune da centrare. I primi due periodi vedono i Pens avanti 2 a 1 ma ancora una volta Jones è meraviglioso nel tenere la sua squadra in contatto. Nel terzo però gli Sharks sembrano stremati e riescono a concludere solo 2 volte verso la porta difesa da Murray. Nel finale un altro episodio simbolico di questa stagione: Crosby difenfe a meraviglia e blocca il tiro di Burns con una delle tantissime giocate “silenziose” di questi suoi playoff e serve Hornqvist per l’empty netter che mette la parola fine alla finale. Verrà premiato Crosby con il suo primo Conn Smythe che premia più le prestazioni che le sue statistiche.

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La vittoria dei Penguins 2016 è però una vittoria di squadra, una squadra che ha saputo risollevarsi sotto la guida di un grandissimo coach, meraviglioso motivatore che ha saputo ridare fiducia ad un gruppo di ragazzi che sembrava sperduto.

Sullivan ha saputo metter tutti al servizio della squadra, con le star che lavoravano sporco in difesa e bloccavano una miriade di tiri, con la difesa che ha fatto della disciplina la sua arma migliore e con un mix fenomenale di esperienza dei veterani e freschezza dei rookie, una squadra dove il goalie titolare è diventato il primo tifoso della sua riserva ventiduenne che gli ha rubato il posto. Una squadra finalmente ritrovata, con delle basi solide e che con questo spirito può regalare alle sue superstar altri successi.

Riccardo Piazza “Platz”

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